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venerdì 13 agosto 2010

Civiltà e democrazia

Identificate Civiltà e Democrazia, quella del 1939 fu presentata come la guerra per la Civiltà

di Francesco Lamendola - 11/08/2010

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte] 

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Si suol dire che la seconda guerra mondiale, molto più della prima, è stata una guerra totale, perché “ideologica”; e si dice una cosa sostanzialmente giusta.
Come in tutte le guerre totali, le due parti in lotta non si sarebbero accontentate di nulla di meno della resa senza condizioni dell’avversario; e ciò si vide, fra l’altro, alla conferenza di Casablanca del gennaio 1943, premessa della tragedia italiana culminata con la disintegrazione dell’8 settembre (cfr. il nostro articolo: «Fu la pretesa della resa incondizionata che spinse la Germania a una resistenza insensata», sul sito di Arianna Editrice  in data 18/02/2010).
In genere, però, gli storici della Vulgata democratica si guardano bene dal dire che, a partire dal 1936, potenti forze ideologiche - la triplice Internazionale massonica, comunista ed ebraica, più i consiglieri di Roosevelt, in gran parte ebrei - avevano lavorato con il massimo impegno per persuadere l’opinione pubblica americana, britannica e francese che Democrazia e Civiltà erano sinonimi e che, quindi, era necessario intraprendere una crociata contro i fascismi per salvare la Civiltà sul nostro pianeta.
Alle origini della seconda guerra mondiale, pertanto, vi è - oltre a quelle già note e ampiamente studiate dagli storici - una componente, se non proprio occulta, quanto meno sottaciuta: una componente squisitamente ideologica, che deriva dalla ferma volontà delle forze “progressiste”, in realtà manovrate da centrali semi-sommerse (la Grande Loggia di Londra, il Comintern, la Borsa di Wall Street) di scatenare una guerra all’ultimo sangue contro l’Asse Roma-Berlino, per debellare dalla faccia della Terra tanto la risorgente potenza tedesca, quanto quella italiana; e, più ancora, l’esempio sgradito di una terza via fra capitalismo e comunismo.
Con ciò non si vuol dire che Hitler fosse un agnellino che coltivava un candido sogno di pace (quanto a Mussolini, tutti gli storici onesti sono giunti ormai da tempo alla conclusione che egli non voleva la guerra, e tanto meno il trionfo unilaterale della Germania).
Il mestiere di storico, tuttavia, non guarda in faccia a nessuno e non consente di fare sconti a nessuno: per cui, se è vero che non si può seriamente sostenere che Hitler non si proponesse di scatenare una guerra europea per realizzare le sue aspirazioni egemoniche, è altrettanto doveroso aggiungere che dall’altra parte, ossia dalla parte delle democrazie e da quella dell’Unione Sovietica, si perseguiva la guerra con altrettanta determinazione.
Anzi, forse bisognerebbe dire: con maggiore determinazione; perché, se le ambizioni di Hitler erano compatibili con la sopravvivenza dell’avversario (in particolare dell’Impero britannico), e sia pure dopo averlo fortemente ridimensionato, i progetti delle forze massoniche, comuniste ed ebraiche le quali volevano la guerra ad ogni costo contro Hitler, non prevedevano niente di meno che la totale distruzione sia del nazismo (e del fascismo), sia della Germania (e dell’Italia).
Per tali forze, la guerra contro il nazifascismo non era una guerra qualsiasi, ma una guerra per la Civiltà, con la “c” maiuscola: vale a dire, né più né meno che una guerra di religione, sullo stile delle Crociate medievali. In una guerra di Civiltà, la parte che risulta soccombente non viene soltanto ridimensionata: viene spazzata via dalla faccia della Terra. Tale fu la sorte dei Sassoni sotto la spada di Carlo Magno, tale quella dei Lituani sotto la spada dell’Ordine Teutonico; tale, infine, quella di Aztechi ed Incas sotto la spada dei “conquistadores”.
Bisogna essere onesti: fin dal 1936, a Washington e a Londra, era stata decisa la guerra all’ultimo sangue contro il Terzo Reich ed il suo maggiore alleato, l’Italia di Mussolini (vale a dire molto prima dell’"Olocausto" e perfino due anni prima della “notte dei cristalli”); così come fin dal 1990 fu decisa, sempre a Washington e Londra, la guerra all’ultimo sangue contro l’Iraq di Saddam Hussein - anche se bisognerà aspettare fino al 2003 per vederla realizzata.
Ma, puntualmente, intorno al presidente repubblicano Bush junior troveremo - come già intorno al democratico Roosevelt - uno staff di consiglieri ebrei: primo fra tutti quel Paul Wolfowitz che, oltre ad essere stato il vero regista della Seconda guerra del Golfo, ha sempre conservato la doppia cittadinanza, statunitense ed israeliana. A quale altro ministro di quale mai Stato al mondo, si sarebbe concessa una cosa del genere?
Le democrazie, data la strapotenza delle loro finanze, non hanno fretta; ma, una volta che abbiano segnato un regime politico ed uno Stato sulla loro lista nera, prima o dopo si può essere certi che colpiranno a morte, dopo aver predisposto una immensa campagna mediatica per convincere l’opinione pubblica mondiale della assoluta giustizia e ineluttabilità dell’operazione - beninteso, in nome della Civiltà contro la Barbarie.
Un’altra cosa.
Nel 1936 (come nel 1990) l’opinione pubblica mondiale non avrebbe accettato l’idea di una guerra che non fosse “progressista”: bisognava, quindi, persuaderla che la posta in gioco non erano gli interessi di Wall Street e della City londinese, ma il bene inestimabile della democrazia e, quindi, della Civiltà. Bisognava fare in modo che l’opinione pubblica politicizzata, che era essenzialmente di sinistra, vedesse nelle forze dell’Asse l’ultimo bastione del mostro agonizzante, ma ancora pericoloso: il capitalismo reazionario.
Non era così, anzi è vero il contrario: fascismo e nazismo (il primo specialmente) erano alternative mondiali sia al capitalismo che al comunismo (discutibili fin che si vuole, ma questo è un giudizio di valore); eppure, ancora oggi, gli storici della scuola marxista presentano il fascismo e il nazismo come la punta estrema del capitalismo imperialista nel suo assalto al potere mondiale, secondo il modello teorico tracciato da Lenin per la prima guerra mondiale con «Imperialismo, fase suprema del capitalismo». Eppure, nessuna legislazione “democratica” si è mai spinta tanto avanti, sulla via della socializzazione, come il Manifesto di Verona della Repubblica Sociale Italiana del novembre 1943. E anche quest’ultimo è un  fatto che può piacere o non piacere; ma che resta pur sempre un fatto, non una speculazione.
Di nuovo: nessuna semplificazione arbitraria, nessuna forzatura per leggere i fatti della storia a senso unico. Sarebbe estremamente ingenuo pensare, come lo pensava Drieu La Rochelle, che le SS hitleriane rappresentassero il “vero” comunismo; pure, vi è qualche fondamento nel leggere il fenomeno fascista anche - e sottolineiamo anche - come la ricerca di una terza via fra capitalismo e marxismo, tra individualismo borghese e collettivismo bolscevico. E nel ritenere che le tre Internazionali di cui si è detto fossero più che mai desiderose di annientare una simile terza via, per poi giocarsi la partita mondiale tra di loro, come infatti è accaduto.
Ha scritto, in proposito, Jacques Ploncard d’Assac in «Apologia della reazione» (titolo originale: «La Réaction», traduzione italiana di Antonio De Silva, Milano, Le Edizioni del Borghese, 1970, pp. 115-119):

«Quando oggi si parla del fascismo, e intendo con questa parola la grande corrente d’idee che, dalla prima metà del XX secolo, rimise in discussione i principi della Rivoluzione francese, sembra comunemente ammesso che il mondo indignato insorse spontaneamente e che la Crociata delle Democrazie  fu un grande movimento popolare.
Nulla di tutto questo. La guerra fu il risultato di ciò che Jean Montigny chiama “Il complotto contro la pace” (Paris, 1966; traduzione italiana “La congiura contro la pace”, Milano, Le Edizioni del Borghese, 1967).
Il 14 luglio 1935, in una grande manifestazione in piazza della Bastiglia, i dirigenti del Fronte Popolare facevano acclamare “la grande pace umana”. Quattro anni dopo, gli stessi  trascineranno la Francia nella guerra.
“Come spiegare il repentino mutamento?” si chiede Montigny, e risponde: “Con le pressioni convergenti”, quella degli ebrei, dei socialisti, dei frammassoni e del brain-trust di Roosevelt, “composto soprattutto di israeliti antinazisti”. Tutti questi elementi passionali “finiscono per creare a Washington e nel Partito Laburista britannico, nei partiti della sinistra francese, la volontà di predicare una nuova crociata delle democrazie per far trionfare i suoi ideai anche a costo di una grande guerra europea”.
L’Europa era allora sulla via di un mutamento.  Settori sempre più vasti dell’opinione pubblica guardavano la democrazia  come il regno del Denaro. Un antisemitismo diffuso  esprimeva in maniera semplicistica questa presa di coscienza  dell’esistenza di presenze occulte che deviavano a loro profitto le istituzioni politiche. L’Europa, lentamente dopo il 1926, rapidamente dopo il 1936,  scivolava verso il fascismo.
L’abilità della sinistra fu di travestire questo movimento  agli occhi delle masse come l’ultimo sforzo del Capitalismo  per salvare i suoi privilegi. Poi, rapidamente, attraverso una deformazione sistematica delle informazioni,  il fascismo fu trasformato in un mostro sotto la dittatura del quale la vita non valeva la pena di essere vissuta. La pace stava per essere denunciata come complice del fascismo e lo scrittore ebreo Julien Benda scriverà: “La civiltà potrebbe perire nella pace se la pace si stabilisse con l’egemonia nel mondo di concetti  che sono esattamente la negazione della civiltà. Forse perirebbe anche più sicuramente. Infatti, nella guerra, almeno la civiltà si difenderebbe forse vittoriosamente.”
Così, identificata Civiltà e Democrazia, la lotta per la democrazia stava per essere presentata come la lotta per la Civiltà.  Uno scrittore ebreo, come Jean-Richard Bloch, ha colto meglio di ogni altro il carattere profondo della Seconda Guerra Mondiale. “L’èra delle guerre religiose è aperta “, scrive, “razza contro razza, continente contro continente, filosofia contro filosofia. Saranno molto più crudeli delle antiche guerre di popoli e di nazioni. Saranno di misura mondiale, una immensa guerra civile…”
È drammatico, quando si esaminano i quattro anni che vanno al 1935 al 1939,  accorgersi che in almeno dieci occasioni la guerra avrebbe potuto essere evitata.  Prima nel 1936, quando Hitler rioccupa la Renania, in risposta all’alleanza  militare che la III Repubblica aveva allora firmata con Stalin. La politica antitedesca che implicava l’accordo con Mosca implicava anche che il governo di Parigi non tollerasse la rioccupazione della Renania. Ma, mentre la sua azione diplomatica è tutta intera diretta contro la Germania nazional-socialista, non intraprende nulla sul piano operativo, assiste alla rioccupazione della Renania e dà lo spettacolo di una vana verbosità. Hitler ne deduce che potrà spingere più lontano la revisione del Trattato di Versailles, con limitati atti di forza. Mussolini ha coscienza del pericolo che un tale stato di cose non tarderà a presentare.  Il 4 giugno 1936, fa sapere a Léon Blum, allora capo del governo del Fronte Popolare, di essere pronto a esaminare una comune politica con Parigi.  Incarica Bertrand de Jouvenel di un messaggio per Blum.
“Ditegli che v’è una forte spinta per il rimaneggiamento della carta d’Europa, che questa spinta viene da Berlino, non si può negare un dinamismo come quello, bisogna incanalarlo, inquadrarlo, moderarlo… Bisogna impedire alla Germania di sconvolgere l’Europa; non rifiutandole tutto, il che è assurdo, ma vietandole di eccitarsi. Se Blum vuole riprendere  questa politica, io sono pronto… Avete lasciato per iattanza e debolezza rioccupare la Renania; i tedeschi la fortificheranno. Non potrete più intervenire nell’Europa centrale.  Io con la mia cooperazione promessa alla Francia vi do il solo mezzo che abbiate ormai per intervenire. Passando per il Piemonte, col concorso dell’esercito italiano, potete andare a difendere la Cecoslovacchia; con me, difenderete l’Austria! Non v’è altro mezzo per arrestare la Germania nella conquista dell’Europa centrale. Ditelo al signor Blum. Firmo un trattato domani, se vuole.”
Blum rifiuta e dirà a Malvy: può darsi che l’interesse DELLA FRANCIA sia nell’intendersi con Mussolini per evitare il peggio, ma è una politica che io non posso fare; io sono il capo del Fronte Popolare… non posso fare proposte a Mussolini, né accettare le sue.  Il meccanismo psicologico che condurrà alla seconda guerra mondiale è messo in moto. I problemi non sono esaminati da un punto di vista razionale, ma  in una luce IDEOLOGICA. Da allora, ogni incidente tenderà alla costituzione di due blocchi irriducibili , e tutte le azioni di ognuno mireranno alla distruzione del blocco avverso. La guerra è già cominciata.
La seconda guerra mondiale è stata voluta da Stalin? È al Kremlino che sono stati predisposti tutti i tranelli nei quali Hitler, come le democrazie cadranno successivamente? V’è più di un principio di risposta nel libro di Montigny, vi sono le prove. Prima di tutto un rapporto del genere Sschweissguth, di ritorno dalla Unione Sovietica, del quale ecco la conclusione: “Il governo sovietico, considerando due ipotesi di un conflitto, vuole trovarsi in ciascuna di esse nella posizione più favorevole.  Nel caso in cui fosse attaccata dalla Germania, l’URSS vorrebbe avere al suo fianco una Francia forte e fedele. MA PREFERIREBBE MOLTO CHE LA BUFERA SCOPPIASSE SOPRA LA FRANCIA. Sembra da qualche tempo che giuochi questa carta. Una guerra tra Francia E Germania avrebbe il vantaggio di lasciare, PER MANCANZA DI FRONTIERE COMUNI, QUASI TUTTE LE FORZE SOVIETICHE FUORI DEL CONFLITTO  e di fare dell’Urss come degli Stati Uniti nel 1918, l’arbitro della situazione di fronte a una Germania sfinita da una lotta che Voroscilov prevede spietata. Per attuare questo progetto bisogna tentare a un tempo la Germania e la Francia…»

Il vero storico, dicevamo, non fa sconti a nessuno e non si sforza di sostenere alcuna tesi precostituita, ma esamina imparzialmente le ombre e le luci di ogni vicenda, da entrambi i lati della barricata. Il fatto che l’ebreo Léon Blum rifiutasse un patto di collaborazione con Mussolini per frenare, nel 1936, la sua spinta verso l’Austria e la Cecoslovacchia; e che lo facesse non già in base a considerazioni di interesse nazionale, ma a considerazioni di politica interna inerenti alla stabilità del proprio governo, la dice lunga su quel fronte europeo antifascista che la maggior parte degli storici ci hanno sempre presentato come spontaneo e disinteressato, unicamente preoccupato di arrestare la pericolosa marcia di Hitler verso il dominio dell’Europa.
La realtà è molto diversa.
Il Fronte Popolare francese, come pure il Partito laburista inglese e la centrale moscovita del Comintern, nonché l’entourage politico-militare del presidente Roosevelt, tutte queste forze avevano deciso  fin dal 1936 “Germania delenda”: non erano affatto preoccupate per la pace, ma anzi desiderose di scatenare la guerra per distruggere Hitler e il suo socio Mussolini (che fino al 24 ottobre 1936 non era ancora tale, e lo divenne per l’insipienza di Parigi e soprattutto di Londra, la quale già nel 1935, con l’accordo navale anglo-tedesco, aveva provocato la dissoluzione del “fronte di Stresa”).
Questa chiave interpretativa potrebbe indurre a rivedere alcuni momenti-chiave del quadriennio che precedette la seconda guerra mondiale (dichiarata, non lo si dimentichi mai, da Gran Bretagna e Francia per onorare una dubbia “cambiale in bianco” al governo semifascista polacco, e mentre Stalin si accingeva a fare la parte dell’avvoltoio); in particolare, i retroscena della Conferenza di Monaco del settembre 1938.
Si è sempre detto e sostenuto che Chamberlain e Daladier si lasciarono prendere per il naso da Hitler, con la mediazione di Mussolini, e che subirono la “vergogna” di quella resa in un ingenuo, ma generoso ed estremo tentativo di salvare la pace: e ciò perché avevano acconsentito che ben tre milioni e mezzo di Tedeschi dei Sudeti si staccassero dalla Cecoslovacchia per rientrare in seno alla loro naturale madrepatria.
Ma è proprio vero?
Forse la realtà è più semplice e più prosaica: forse, semplicemente, i tempi del riarmo della Francia e della Gran Bretagna ed il prevalere, negli Stati Uniti d’America, di uno stato d’animo isolazionista fra la maggior parte dell’opinione pubblica, consigliavano di rinviare ancora un poco quell’assalto alla “fortezza Europa” che, di fatto, gli Alleati avrebbero scatenato vittoriosamente solo il 6 giugno 1944, con lo sbarco in Normandia.
A quell’epoca, però, l’Armata Rossa di Stalin, inesauribilmente rifornita di armi e materiali strategici dai banchieri di Wall Street, stava già marciando verso il cuore dell’Europa da oriente, e si accingeva a sottomettere una buona metà del continente: più di quanto non fosse mai riuscito alle armate russe del passato, perfino agli eserciti dello zar Alessandro I dopo la sconfitta di Napoleone nella battaglia di Lipsia.
Quel che ha sofferto poi l’Europa, in termini morali e materiali, a causa di quella duplice “liberazione” - dalla Manica e dal fronte russo - comincia solo adesso a venir messo a bilancio, perché una storiografia ideologica e partigiana si è limitata, per tutti questi decenni, a battere solo la grancassa dell’attivo, tacendo deliberatamente i durissimi costi e le amare perdite

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