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lunedì 6 gennaio 2014

Noi non dimentichiamo: 7 gennaio 1978 7gennaio 2014

odioantifascista

Io non so dimenticare
la mia rabbia e la vergogna
nel vedere un ragazzino
che era già messo alla gogna
per aver voluto dire
"Io non posso dimenticare
un passato dignitoso
per il quale provo onore"
E veniva trascinato
per i corridoi di scuola
col cartello appeso al collo
con su scritta una parola
che per noi voleva dire
uno con un ideale
ma per tutto quanto il mondo
era il simbolo del male
E noi siamo ancora qui
per ricordare
e noi siamo ancora qui
per chi vuol dimenticare
Io non posso più scordarmi
del suo corpo sul selciato
e del fiore che sbocciava
dal suo sangue raggrumato
e un bastardo giornalista
preparava già una storia
dalla trama un po' già vista
per sporcarne la memoria
tanto da arrivare a dire
che era stato un suo fratello
a sparargli nella nuca
profittando del bordello,
per far ricader la colpa
su quei poveri compagni
vittime senza giustizia
del fascismo e dei suoi inganni
Ma noi siamo ancora qui
per ricordare
e noi siamo ancora qui
per chi vuol dimenticare
Io non chiedo la vendetta
non mi aspetto trasparenza
questa terra benedetta
non conosce la giustizia
Voglio solo ricordare
senza scomodare i morti
ma che almeno i nostri figli
non conoscano quei torti
E noi siamo ancora qui
per ricordare
e noi siamo ancora qui
per chi vuol dimenticare.
Per mille e mille
e mille e mille anni...

AccaLarenziaRBN

sabato 5 gennaio 2013

7 gennaio 1978: Noi non dimentichiamo

"a volte i fiori di ciliegio si librano nel vento della sera anche fra i casermoni delle città: Franco, Francesco, Stefano..."

presente2013

“Osserva dell’alba il primo baglior/che annuncia la fiamma del sol/ ciò che nasce puro più grande vivrà/ e vince l’oscurità”. Cantano questi versi i giovani che, a metà degli anni settanta, si iscrivono al Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI. Cantano “il domani appartiene a noi” anche Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, due ragazzi come ce ne sono a decine in quegli anni, diventati martiri loro malgrado. L’avrebbero intonata anche quella sera del 7 gennaio, al concerto de “gli amici del vento”, gruppo alternativo milanese di destra (una vera rarità per l’epoca). Ma non ci sono mai arrivati, uccisi su un marciapiede del quartiere Appio Latino, quando l’aria fredda dell’inverno sa ancora di Natale.Francesco e Franco, insieme Maurizio Lupini, Vincenzo Signeri e Giuseppe D’Audino, stanno chiudendo la sede della sezione di via Acca Larentia. Un nome che, per più di duemila anni, ha riportato alla memoria esclusivamente la figura di una donna romana, la madre adottiva di Romolo e Remo. Un nome ricoperto da un alone di mistero, fra mito e leggenda. Questo fino a quel pomeriggio di gennaio del 1978. Sono le 18.23, minuto più, minuto meno. La scrupolosità di risparmiare un po’ ha spinto i cinque ragazzi a spegnere la luce prima ancora di sprangare la porta. Sul tavolino hanno lasciato una nota per avvisare gli altri camerati: “siamo a Prati. Ci vediamo domani. Franco”. Letto con il senno di poi, quel biglietto, sembra uno di quei macabri scherzi che il destino fa, per lasciare una traccia di se in grado di raggelare il sangue di chi resta a piangere i morti. Franco e Francesco guardano dentro, spalle alla strada, gli altri stanno uscendo. Non sanno che sono i loro ultimi istanti di vita. Non sanno che i “compagni” hanno già scritto la loro condanna.  All’improvviso, sei o sette figure scure, con dei cappelli colorati calcati sugli occhi per nascondere alla bell’e meglio la faccia, compaiono in fondo alla strada. Nessuno capisce cosa stia per succedere. Poi, una raffica di spari. Uno dietro l’altro. Senza motivo. Un urlo. Bigonzetti che cade a terra. Ciavatta lo segue immediatamente dopo. A coprire quell’orrore c’è la notte scura che è calata su Roma.D’Audino, di quella serata di gennaio ricorda molto. Ha raccontato quell’incubo surreale a Luca Telese, in un’intervista per il libro Cuori Neri. “Qualcuno mi tira dentro (la sezione, ndr). Io tiro dentro qualcun altro. La porta, bisogna chiudere la porta! E altri spari. Passi fuori, nuove urla. Poi il buio della sezione che ci avvolge e il silenzio che cade improvviso su di noi”. Aggiunge anche un’altra cosa, Giuseppe. “Io ne sono certo: se prima di uscire non avessimo già spento la luce, per l’ossessione della bolletta, sicuramente oggi non sarei vivo”. E che cosa ha significato riaccendere quell’interruttore, lo può capire solo chi era lì, in quel momento. “Io non posso togliermi dagli occhi quell’immagine. Noi eravamo ancora per terra e da sotto la soglia della porta entrava un lago di sangue che si allargava lentamente, come se si stesse avvicinando a noi”. Una scena surreale. Da film.Giuseppe, Mario e Vincenzo (che è stato colpito di striscio) escono per provare a capire che cosa sia successo. Il sangue che hanno visto è quello di Franco. Ha il volto devastato dai proiettili. Irriconoscibile. E quel corpo dilaniato da una inspiegabile follia omicida sarà offerto alla mercè di tutti “grazie” alla foto di un giornalista de “L’Espresso”, che la pubblicherà una settimana dopo l’eccidio. A pochi passi da Franco, c’è Francesco. È ancora vivo, lui. Si sforza di parlare, altruista fino in fondo, eroe suo malgrado: “Non pensate a me. Pensate a Franco che sta messo peggio”. Non lo sa, non ha potuto rendersene conto, ma il suo amico non ce l’ha fatta. Non lo sa, non se ne rende conto, o forse sì, ma sono anche i suoi ultimi respiri. Riesce a solo a sussurrare con un filo di voce: “aiuto, mi brucia tutto, aiuto”. Poi più niente. La corsa disperata in ospedale è inutile. Arriveranno entrambi cadaveri.Viene portato via da un’ambulanza anche Signeri. E la sua foto, sulla barella, mentre tenta di fare il saluto romano (trattenuto con violenza degli infermieri) prima di entrare in Pronto Soccorso, urlando di rabbia, è il simbolo di quelle ore drammatiche e assurde.L’azione verrà rivendicata poco dopo da una sigla semisconosciuta e dal nome che vuol dire tutto e niente: “Nuclei Armati per il contropotere territoriale”, i NACT. Di gruppi così, di questi tempi, ce ne sono a dozzine. Sparano e ammazzano senza pudore, senza pietà. Gli omicidi hanno uno scopo, però. Sono i cosiddetti “battesimi di sangue” che servono per fare il “salto di qualità” ed entrare nelle Brigate Rosse. È bene non dimenticare mai che, quel 1978, è l’anno che segnerà per sempre la storia d’Italia. È l’anno dell’assassinio di Aldo Moro e le BR sono il gruppo di riferimento fra i nuclei della sinistra extraparlamentare che hanno deciso di votarsi al terrorismo.I NACT, anche se poco conosciuti, sono molto ben organizzati. Hanno uomini (e donne). Hanno armi. Ad Acca Larentia vanno preparati, vogliono ammazzare e sanno come si fa. Alcuni dei 7 che compongono il commando sparano con pistole a canna corta calibro 9, che di solito ha in dotazione l’esercito. Ma i colpi che uccidono Franco e Francesco partono da un revolver calibro 38 e da una mitraglietta Skorpion. Un’arma micidiale, in grado di sparare più di venti colpi al secondo. La nota che rivendica i due omicidi, letta a 35 anni di distanza, fa ancora rabbrividire: “Un nucleo armato, dopo un'accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell’esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l'ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga”. “Le parole sono pietre”, scriveva Primo Levi ed è bene ripeterle, perché il tempo non ne cancelli il peso e non faccia scomparire il ricordo delle vittime.Sì, le vittime. Franco e Francesco. Due missini ragazzi, con la faccia pulita e la testa ancora china sui libri. Uno -di 19 anni- al primo anno di medicina a “La Sapienza”, l’altro -appena maggiorenne-  studente dell’istituto tecnico industriale “Tiziano”. La furia omicida dei NACT li ha strappati via alle famiglie senza nessun motivo. E, come spesso accade, c’è chi non riesce a sopportare di sopravvivere ad un figlio morto così. È il caso del padre di Ciavatta, portiere in un condominio di via Deruta, zona Tuscolano. Un uomo del popolo, cui i borghesi  (autonominatisi) difensori del proletariato hanno portato via il sangue del suo sangue. Non ha retto, il papà di Francesco, che pochi mesi dopo la strage di Acca Larentia si è suicidato bevendo una bottiglia di acido muriatico.E non è questa l’unica tragedia seguita alla folle azione dei NACT. Sì, perché la morte di Franco e Francesco si portata dietro una scia di sangue, finita solo un anno dopo quel maledetto 7 gennaio del 1978. La sera stessa degli omicidi di Ciavatta e Bigonzetti, sull’asfalto di via Acca Larentia cade un altro ragazzo. Stefano Recchioni. Questa volta non sono i “compagni” a sparare. È un carabiniere, Edoardo Sivori. Uno di quelli  chiamati per sedare la folla di camerati inferociti che si è radunata davanti alla sezione dell’Appio Latino. Poi, un’altra vittima. Un altro ragazzo. Un altro missino. Un anno dopo. Questa volta a Centocelle. Alberto Giaquinto viene ammazzato come un cane da un poliziotto in borghese, durante i tafferugli scoppiati mentre si sta ricordando quella tragica giornata di gennaio del ’78. Le loro storie, quelle di Stefano e Alberto, meritano di essere raccontate a parte e “il Giornale d’Italia” lo farà, nei prossimi giorni. Queste morti, per mano di uomini dello Stato, non devono essere confuse con l’azione punitiva messa in atto dai terroristi. Vicende diverse, unite da un unico, orribile, fil rouge.C’è una canzone che ricorda i fatti di Acca Larentia. Tutti, senza distinzione. S’intitola “generazione ‘78” e nel testo ci sono due frasi che racchiudono il nonsenso di quel freddo pomeriggio d’inverno: “Poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri, troppo sangue sparso sopra i marciapiedi e la tua generazione scagliò al vento le bandiere, gonfiò l'aria di vendetta senza lutto, né preghiere.”Questa è la storia di Franco e Francesco. Ed è solo l’inizio…

Micol Paglia

accalarentia

E non è ancora finita...

Quando sull'asfalto dell'Appio Latino non si è ancora rappreso il sangue di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, Eduardo Sivori (un ufficiale dell'Arma) spara in fronte al giovane parà di Colle Oppio, che morirà solo dopo due giorni di agonia

Sull’asfalto di Acca Larentia c’è ancora il sangue fresco di Francesco e Franco quando, davanti alla sezione, si raduna un gruppo di camerati. Tra di loro c’è anche Stefano Recchioni che, senza saperlo, cadrà sul selciato di quella via maledetta, ammazzato a sangue freddo dalla mano di un carabiniere, di un “tutore” dell’ordine. Oramai è notte. Il buio ed il gelo sono calati su quella folle giornata che, però, non ha ancora finito di mietere vittime.  Qualcuno posa a terra una bandiera nera con la fiamma del MSI ricamata sopra, proprio accanto al punto in cui è caduto Bigonzetti. La notizia dei ragazzi ammazzati come cani dai “compagni” si è diffusa in un baleno. In poche ore la piazzetta e la scalinata che erano state il teatro di quell’assurdo massacro, si riempie di una folla rabbiosa e attonita al tempo stesso.

Stefano, quel pomeriggio, mentre i NACT sparano senza alcuna pietà su Franco e Francesco, è in giro con una sua amica, Iolanda Tallarico. Frequentano tutti e due la storica sezione del Fronte della Gioventù di Colle Oppio (il MSI ha lì una delle sue primissime sedi), a due passi dal Colosseo. Vanno a fare volantinaggio con gli altri ragazzi. Parlano tra di loro di politica. Sono uniti. Legati, dalla militanza e non solo. Si vogliono bene.

È un bravo ragazzo, Stefano, primo di cinque figli (quattro maschi e una femmina). Si è diplomato da poco al liceo “Massimo”, a Roma. Ha 19 anni. Ne dovrebbe compiere venti dopo appena due settimane. Ma un destino crudele ha già deciso che lui deve essere la terza, innocente, vittima di quel 7 gennaio del 1978. Sua mamma è antifascista, ma lo ha cresciuto libero di pensarla come vuole. È bello, Stefano. Ha gli occhi azzurri, i capelli biondi, un sorriso che riempie il cuore e una faccia d’angelo. È sicuro di sé, educato, composto. Non importa che cosa scriveranno i giornali dopo la sua morte, per infangarne la memoria e salvare la faccia al suo assassino. Sì, perché la sua “colpa” sarà quella di essersi fatto ammazzare da un carabiniere. Finite le superiori ha deciso di fare una scelta diversa da molti suoi coetanei, ma coerente con ciò in cui crede: si è arruolato, nella Folgore. Vuole diventare un parà. “Pensa che bello, la prossima settimana farò il mio primo lancio”, lo dice a Iolanda, proprio quel pomeriggio d’inverno. Non lo sa, ma quelle parole resteranno soltanto un sogno stroncato sul nascere. 

Quando arriva la notizia della sparatoria ad Acca Larentia, i ragazzi Colle Oppio hanno appena finito di attaccare i manifesti. Rimangono tutti senza fiato. Decidono di correre all’Appio Latino. Iolanda non va con loro, è già tornata a casa, troppo giovane per andare in giro di notte. Ma Stefano no. Lui si precipita, uno di quelli a cui hanno sparato è suo amico. Davanti alla sezione c’è già parecchia gente quando arrivano. Sono quasi tutti in silenzio. Qualcuno urla, accusa i dirigenti del MSI: “Oramai siamo come pupazzi al tirassegno!”. “Non possiamo continuare a fare da bersaglio per i compagni”. Recchioni la pensa come loro. È molto critico nei confronti di Almirante e degli altri vertici del partito. In mezzo a tutta quella gente c’è anche uno strano personaggio. Si chiama Franco Anselmi. È uno che, in un modo o nell’altro, c’è sempre quando ammazzano un camerata. Porta con sé un feticcio, non se ne separa mai. È il passamontagna che il 28 febbraio del 1975 è stato macchiato dagli schizzi si sangue di Mikis Mantakas. Il giovane militante greco, di destra, ammazzato dai compagni a Piazza Risorgimento dopo la lettura della sentenza per il Rogo di Primavalle. Franco ha deciso che la morte di Ciavatta e Bigonzetti non può restare senza colpevoli. Così, in un macabro rituale compiuto fra sé e sé, intinge il passamontagna nel sangue di uno dei due missini caduti all’Appio Latino. La sua sete di vendetta lo porterà a schierarsi dalla parte sbagliata. Poco dopo l’eccidio dell’Appio Latino, entra nei NAR. Il 6 marzo del ’78, con altri terroristi neri, tenta l’assalto ad un’armeria in via Ramazzini, al quartiere Gianicolense. Il proprietario, terrorizzato, spara e uccide Anselmi.(N.B. In realtà il proprietario dell’armeria lo colpisce quando Franco sta andando via dopo la rapina)

Il tempo passa e la folla nella piazzetta di Acca Larentia aumenta a dismisura. Iniziano ad arrivare anche le forze dell’ordine. Carabinieri da una parte, Polizia dall’altra. In mezzo i camerati. La stradina dell’agguato a Franco e Francesco diventa una polveriera pronta per esplodere. Basterebbe un non nulla per far scoppiare gli scontri, anche se l’intento dei ragazzi non è certo quello fare un altro morto. Due in una giornata bastano e avanzano. Però c’è una strana elettricità nell’aria. La tensione è alle stelle. Ad un certo punto –secondo la versione di gran parte dei presenti- un operatore del TG1, che accompagna un giornalista, getta un mozzicone di sigaretta nella pozza di sangue, non ancora rappreso, di Francesco Ciavatta. Probabilmente il suo è un movimento distratto, non voluto. Per i camerati, però, quel gesto grida spregio, disprezzo per il loro dolore. È la goccia che fa traboccare il vaso. Scoppiano dei tafferugli. La polizia trascina via l’operatore che rischia di essere linciato dalla folla inferocita. La rabbia monta. Per calmare la folla, le forze dell’ordine iniziano a sparare lacrimogeni a tutto spiano. Ottengono la reazione opposta. È il caos. Comincia una sassaiola contro i carabinieri. In mezzo c’è pure Stefano. È disarmato. Ma questo non basta. Un agente, Edoardo Sivori, si fa prendere dal panico, non ci capisce più niente. Spara. Uno, due colpi. Ad altezza uomo. Poi cade a terra. Si rialza, rimette la pistola nella fondina. Uno dei due proiettili ha centrato Stefano in fronte.  Accanto a lui, mentre si accascia sull’asfalto di Acca Larentia, c’è Bruno di Luia, uno dei quadri del MSI. Non fa a tempo a dire “ma questi ci stanno a sparà!” che vede la fontanella di sangue sgorgare dalla testa di Recchioni. Si china su di lui. Respira ancora. Lo solleva di peso e lo porta di corsa al San Giovanni. Quando arriva al Pronto Soccorso è già in coma profondo. I medici lo attaccano alle macchine. La diagnosi è spietata: encefalogramma piatto. 

Non c’è speranza. Stefano muore il 9 gennaio. Dopo due giorni di agonia.

Nel frattempo, alla Camera, arriva una telefonata urgente per Francesco Cossiga che –all’epoca- è ancora Ministro dell’Interno. Dall’altra parte della cornetta c’è, agitatissimo, il Comandante Generale dell’Arma. Parla con la voce concitata: “abbiamo un problema grave con Sivori. Il capitano che ha sparato al ragazzo in via Acca Larentia. È in stato confusionale. Teme che, se si dovesse consegnare, lui e la sua famiglia rischieranno la vita. La possibilità di una rappresaglia è altissimo”. Cossiga fa una domanda secca: “il ragazzo che morto era armato?”. La risposta è agghiacciante: “Sì. Aveva una pistola che è stata fatta sparire dai suoi camerati. Sivori ha sparato per difendersi”. Non è vero. Sono pronti a giurarlo tutti quelli che, quella sera di follia, hanno assistito alla scena. Stefano non è mai stato un violento. Ma l’essere stato ammazzato come un cane da un carabiniere basta per montare contro di lui un castello di falsità.

Mentre Cossiga (lo ha raccontato lui stesso), fa partire Edoardo Sivori “per una bella vacanza, così da far calmare le acque”, i giornali cominciano a mettere in piedi una vera e propria campagna di demolizione della memoria di Recchioni. C’è chi avrà il coraggio di scrivere che, nella tasca della giacca di Stefano, sono stati ritrovati dei proiettili. Ma senza specificare che erano dei “calibro 9”, quelli in dotazione alle forze dell’ordine. Nessuno avrà mai il coraggio di ammettere che quei proiettili erano stati messi lì apposta per accusare Recchioni. Il Messaggero, ricostruendo la “carriera politica” di Stefano lo descriverà come uno tra i più “facinorosi” tra i militanti del Fronte della Gioventù, questo perché –qualche mese prima di essere ucciso- era stato fermato per accertamenti dopo qualsiasi rissa da strada. Perfino “Lotta Continua” e il “Manifesto” si schierano dalla parte dell’Arma, delle tanto odiate “guardie”. Ogni pretesto è buono per massacrare un fascista. Anche se è solo un ragazzo. Anche se è morto. 

Se la morte di Ciavatta e Bignozetti è stata il frutto dell’odio cieco ed indiscriminato dei compagni, quella di Stefano Recchioni è, se possibile, ancora più insensata, ancora più assurda, perché avvenuta per mano di un uomo dello Stato, di “tutore” dell’ordine.

C’è una canzone, scritta proprio per ricordare chi fosse veramente  Stefano: “Giovinezza hai segato le sbarre, un istante e poi t’hanno sparato, giovinezza che schifo di modo, per dirti che avevi sbagliato. Quei bastardi di carta stampata poi ci rimprovereranno vedrai, raccontando le storie di morte con il solito grugno che sai. Giovinezza, respira pulito, non si compra, non si può inventare, giovinezza ora è un vetro spaccato giovinezza una strada deserta.”

Il sangue di Stefano Recchioni si è mescolato, quella stessa sera del 7 gennaio 1978, a quello appena rappreso di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.

Micol Paglia

Gli articoli di Micol Paglia sono ripresi da: http://www.ilgiornaleditalia.org

7 gennaio 2013: sul muro della sede è stato affisso uno striscione con su scritto: "Pdl, Fli, Udc, Fratelli d'Italia, La Destra. Ecco chi siete: ladri speculatori, truffatori, corrotti e corruttori, usurai, servi delle banche, amici dei mafiosi. Nemici del popolo!".

mercoledì 11 gennaio 2012

Uno dei tanti modi per commemorare Franco, Francesco e Stefano

Acca Larentia 2012

Sabato 7 gennaio sono andato all'alberone, sulla via appia, dove si teneva il presidio antifascista in concomitanza con l'anniversario della strage di acca larentia. sul marciapiede, alle spalle la sezione del pd, già storica sezione del pci (secondo alcuni uscirono da lì gli assassini di franco e francesco), circa duecento urlanti, beceri, irosi a sventolare un paio di bandiere e lanciare l'infam...e slogan 'dieci, cento, mille acca larentia!'... direi anche, patetici come erano circondati da polizia in divisa (quanti in borghese, confusi tra i passanti e tra gli stessi manifestanti?), carabinieri e furgoni di vario formato. e patetici perchè sembravano più gregge protetto dai mastini che antagonisti contro tutto e tutti... ho avuto la tentazione di irrigidirmi sull'attenti, scattare nel saluto romano, nel mio giaccone verde ( da guardia padana, mentre è regalo di un alunno e porta il logo del centocelle calcio). così, tanto per respirare il gusto della rissa, della sfida, di quell'irriverenza di cui parlava mio fratello, il più caro, robert brasillach. poi mi ha trattenuto la reiterata accusa di provocatore e il timore d'essere equiparato e magari essere frainteso con i guardiani dell'ordine borghese presenti a presidio. qualcuno deriderà la mia curiosità e farà legittima ironia sui miei capelli bianchi e il fisico appesantito. Del resto non ho avuto, neppure da giovane, la struttura fisica del 'picchiatore' e poco hanno contribuito a compensarla il martello e il manico di scopa. un po' di coraggio, che, a ripensarci, era piuttosto incoscienza e cattiva indigestione di emilio salgari, di fumetti e dell'immortale cyrano de bergerac. allora, mi si dirà: che cazzo ci sei andato a fare? già... non lo so neppure io... forse perchè, nella confusione di un anniversario che poteva e doveva essere dimostrazione di memoria condivisa (la nostra memoria non la marmellata di ipocriti buoni sentimenti ad affastellare gli uni e gli altri), di un cameratismo passato e presente e tanto più orgoglioso d'esserlo in questo clima da stato d'assedio ( 'nè cani sciolti nè pecore matte') mi sono ricordato di una mattina di sole all'università di roma, di due o tremila compagni incazzati che ci venivano contro, di noi che, un pugno di incoscienti e con nessun senso lucido delle dinamiche politiche, invece di squagliarcela dal cancello di viale margherita, abbiamo seguito cataldo che s'era fermato e, sfilandosi il cinturone, ci guardava e... 'non mi va di scappare...io resto...'. e siamo restati. stupidamente, forse masochisti, ma convinti allora - come lo sono oggi - d'essere 'fascisti'... (uno dei tanti modi di commemorare franco francesco stefano)...

Dalla bacheca di Mario Michele Merlino

venerdì 6 gennaio 2012

Acca Larentia: quel sangue non vuole vendetta ma giustizia, rispetto e onore

i fori dei proiettili sparati sulla saracinesca della sezione di Acca Larentia

7 gennaio 2012

My Generation
di Giorgio Ballario
(racconto ispirato ai tragici fatti di Acca Larentia)
Oggi non c’è nessuno in questo cimitero di provincia. Fa freddo e nevica. Fuori le automobili passano veloci, sollevando spruzzi dalle pozzanghere, e poco più in là un negoziante sta togliendo gli addobbi natalizi dalle vetrine. Il chiosco del fiorista ha già le serrande mezze abbassate: fa buio presto e dopo le quattro, a far visita alle tombe, non ci viene più nessuno. Devo correre sull’asfalto ghiacciato per riuscire a comprare un vasetto di ciclamini prima che chiuda.
Mi avvio per il vialetto deserto e sotto le scarpe sento scricchiolare la neve frammista a ghiaia. Gli occhi fissi dei defunti mi osservano dalle fotografie marmorizzate appese alle lapidi, alcuni di loro mi sembra persino di conoscerli. O di averli conosciuti. Sono tanti anni che c’incontriamo qui: loro sempre uguali, io ogni volta più rugoso e ingrigito.
Svolto in un viottolo costeggiato da vecchi cipressi. Ce n’è un paio in meno, quest’anno. Forse s’erano ammalati e sono stati abbattuti. Ma le mani forti e sapienti del giardiniere hanno già provveduto a piantarne due nuovi, alti appena pochi centimetri, che spuntano testardamente dalla neve. Se passeranno l’inverno, in primavera germoglieranno e si avvieranno a diventare due alberelli di tutto rispetto, degni di sorvegliare la quiete del camposanto.
Senza neanche rendermene conto, sono già davanti alla tua tomba. Mentre pensavo ai cipressi le gambe mi ci hanno portato, come un vecchio cavallo che riconosce la strada per la sua scuderia. Anche quest’anno nessun fiore fresco. I tuoi vecchi non ci sono più e tua sorella si è trasferita all’estero. Viene una volta all’anno, quando può. Mi tolgo il berretto di lana, incurante dei fiocchi che si depositano sui capelli sempre più radi, sciogliendosi al contatto con la cute ancora calda. Quando sono uscito dalla mia casetta nevicava pure là, sui monti. E sul treno non sono riuscito a riscaldarmi, né sull’autobus mezzo vuoto che mi ha portato fino a qui. Con la mano avvolta nel guanto di pile cerco di scostare la neve dalla lapide. Mi appare quella data, che ci ha cambiato per sempre: 8 gennaio 1978.
Il telefono squillò verso le sette e mezzo di sera, mentre Richie Cunningham cercava inutilmente di trovare il coraggio per baciare Laurie Beth. Orso scrollò le spalle, continuando a guardare il telefilm. “Non è certo per me”, pensò. Non lo chiamava mai nessuno, figuriamoci a quell’ora, quando la maggior parte delle famiglie sono pronte a sedersi a tavola. Scrollò le spalle. “Sarà Luisa, che vuole raccontare a Fede della sua ultima conquista”. Infatti la sorella schizzò giù dal divano e si precipitò verso l’apparecchio, appeso al muro dell’ingresso.
Sullo schermo Richie continuava a tergiversare, facendogli ritornare in mente quella tragica serata al mare, pochi mesi prima. Quando si era ritrovato sul molo con Giulia e la compagnia di amici se n’era andata a far casino più in là. E loro due rimasero soli. E lui non sapeva cosa fare. Lei lo guardava con la coda dell’occhio. Lui pure. Sforzandosi di pensare a una manovra più o meno razionale per riuscire a baciarla. Senza però correre il rischio di venir rifiutato. Non gli venne in mente nulla. E continuò a parlare di cazzate, tanto per prender tempo. Alla fine tornarono gli altri con il gelato e il momento magico svanì. E lui prese coscienza di essere un coglione. Come Richie.
Fede riapparve pochi secondi dopo. Strano, perché di solito al telefono con Luisa ci passava almeno mezz’ora, fino a quando mamma non iniziava a gridare.
“E’ per te. Un tuo amico…”.
“Per me? Non ti ha detto come si chiama?”.
“Mi sembra Luca, ma non ne sono sicura”.
Era Luca, un ragazzo di quinta ginnasio che Orso aveva conosciuto pochi mesi prima durante uno sciopero. Quel mattino lui, Beppe e Andrea avrebbero voluto andare al bar Impera a giocare a biliardo, come si faceva sempre quando i compagni organizzavano qualche manifestazione antifascista. Ma Luca e Bernardo, uno di prima liceo amico di Beppe, li convinsero ad accompagnarli alla sede dell’Msi.
“Ciao Luca, come va?”.
“Guarda il telegiornale. A Roma hanno ammazzato due camerati”.
“Cosa? Ma… chi è stato?”.
“E chi vuoi che sia stato? I comunisti. Li hanno aspettati fuori da una sezione del partito e gli hanno sparato con una mitraglietta, ‘sti figli di puttana”.
“Chi te l’ha detto?”.
“Mi ha chiamato Bernardo dieci minuti fa. L’ha saputo dal padre, che è amico di un pezzo grosso della federazione. Dobbiamo fare una catena telefonica, tu avverti Andrea e digli di farlo sapere anche agli altri. Giù a Roma sta succedendo un casino… Mi raccomando, domattina ci si trova al bar dell’angolo mezz’ora prima dell’entrata a scuola. Dobbiamo decidere il da farsi…”.
“Ma noi che possiamo fare, Luca…”.
“Come che possiamo fare? Cristo, Orso, quelli ci stanno massacrando! Sai quanti anni avevano quei due di Roma? Diciotto. Due più di me. E tre più di te. E’ ora di mandare un segnale forte a queste merde. E anche ai capoccia del partito, che sono soltanto capaci di mandarci allo sbaraglio. Però se hai paura stattene pure a casa, non abbiamo bisogno di cagasotto…”.
“Ma che dici? Certo che vengo… mi chiedevo solo che diavolo potremo fare, noi soliti quattro gatti”.
“Non ti preoccupare, domani forse viene anche gente da fuori. Adesso sbrigati a chiamare gli altri, fra poco c’è il tigì”.
Posò la cornetta con la mano tremante. Non sapeva se era più per la rabbia o per la paura, pensando all’indomani. Si precipitò al televisore e cambiò canale, incurante delle proteste di Federica che voleva vedere la fine di Happy Days. Il telegiornale non era ancora cominciato. Provò allora ad accendere la radiolina per cercare una stazione che trasmettesse notizie, ma riuscì solo a captare la voce di Umberto Tozzi che cantava Ti amo e le previsioni del tempo. Per l’8 gennaio 1978 al Nord erano previste temperature rigide e possibili precipitazioni, a carattere nevoso oltre gli 800 metri d’altezza.
Corse al telefono e chiamò Andrea. Parlando a bassa voce lo informò della sparatoria e dell’incontro al bar prima di entrare a scuola, poi si incollò alla tivù per vedere il telegiornale. Suo padre di solito guardava distratto i titoli principali, tanto per farsi un’idea, poi si spostava nel tinello per la cena, lasciando il televisore acceso.  “Caso mai dessero qualche notizia interessante”, diceva.  Quella sera di fianco a lui, sul divano, si sedette anche Orso. E rimase lì, con gli occhi incollati allo schermo. Anche quando il padre si alzò per andare a tavola. Mamma lo chiamò un paio di volte, la pasta era già nel piatto, ma lui non ci fece caso.
Il mezzobusto del Tg1 lesse la notizia dell’assalto alla sede missina di via Acca Larentia e parlò dei due ragazzi rimasti uccisi, ma la cosa non finì lì. Un altro giovane “estremista di destra” era stato ucciso durante gli scontri, scoppiati dopo la strage fra militanti dell’Msi e le forze dell’ordine. Aveva diciannove anni.
“Da una prima ricostruzione”, recitava il mezzo busto, “sembra che il giovane impugnasse una pistola e abbia aperto il fuoco contro un drappello di carabinieri. L’arma non è ancora stata trovata, forse è stata trafugata dagli amici della vittima”.
Una perfetta cronaca da giornalista di regime. Democristiano, naturalmente. Oddio, non che nelle sezioni missine non circolasse gente armata e anche fuori di testa, ma quella descrizione puzzava un po’ troppo di velina della questura. Sua mamma si riaffacciò alla porta.
“Allora, vieni o no? Guarda che la pasta è ormai fredda…”.
“Un attimo, mamma. Sto guardando il tigì”.
“Com’è che oggi ti interessano tanto le notizie del telegiornale?”.
“Giù a Roma hanno ammazzato tre ragazzi, stavo guardando…”.
Sentì la voce del padre, dal tinello.
“Finché si uccidono fra loro, va sempre bene. Brigate rosse, autonomi, fascisti… Io li lascerei fare, che si sparino liberamente e lascino in pace la gente perbene…”.
Si sentì avvampare. Lo stomaco si contrasse, come se avesse preso un pugno. Si avvicinò alla tavola, pallido.
“Guarda che oggi hanno fatto fuori tre ragazzi disarmati, che non avevano fatto niente di male. E l’ultimo l’hanno ammazzato i carabinieri, proprio come quella militante radicale l’anno scorso. Se non l’hai capito, qui ormai c’è un clima da guerra civile, può succedere di tutto. E può andarci di mezzo anche la tua gente perbene”.
L’uomo lo guardò come se avesse visto un alieno di Spazio 1999. E non fiatò, neppure quando Orso girò i tacchi e se ne andò in camera. Sbattendo la porta e senza neppure aver assaggiato gli spaghetti, ormai scotti. Cercò una cassetta di Lucio Battisti e la mise nel registratore, facendo attenzione a tenere il volume basso. Risuonarono le prime note di Amarsi un po’. Trafficò fra gli scaffali della libreria, spostando i volumi dell’enciclopedia De Agostini e i romanzi di Salgari. Lì dietro, oltre a una piccola raccolta di Playmen e Caballero, teneva nascoste alcune copie di La voce della fogna, una rivista giovanile che aveva scoperto pochi mesi prima grazie a Bernardo.
A scuola circolava di straforo, proprio come le pubblicazioni pornografiche. In un liceo rosso come il suo, dovevi guardarti le spalle non solo dai compagni, ma pure dai professori. Non avrebbero gradito, quei tromboni,  la diffusione di giornali di quel genere  nel tempio dell’antifascismo torinese, dove insegnarono Augusto Monti, Cesare Pavese e altri brontosauri democratici. Bla bla bla…
Perciò Bernardo lo vendeva di nascosto, nei cessi e negli angoli dei corridoi, proprio come i fighetti della collina spacciavano i tocchetti di fumo. Tutti sapevano che era un nero, ma giravano al largo. Soprattutto da quella volta in cui un manipolo di compagni aveva fatto irruzione nella sua classe, durante l’intervallo, e pretendevano di perquisirlo per trovargli addosso adesivi della Fiamma e altri simboli neri.
Da un paio di settimane emblemi dell’Msi e croci celtiche erano comparse un po’ dovunque, a scuola, e i rossi diventavano matti. Sospettavano che Bernardo c’entrasse  qualcosa. Sospetti fondati, in effetti: al mattino al bar distribuiva mazzette di adesivi e poi i ragazzi facevano il giro dei cessi e dei corridoi per appiccicarli dovunque. Quel giorno, all’intervallo, Bernie era pulito. Li aveva già fatti fuori tutti. Ma non gli sembrava un motivo sufficiente per farsi mettere le mani addosso da quei pulciosi. Quando il soviet fece irruzione, in classe c’era pure il professor Tarchetti, un tremebondo trentenne di area Pci che trovava molto democratico farsi dare del tu dagli studenti. A quanto pare trovava democratica anche la perquisizione forzosa del fascista, perché se ne rimase in silenzio alla cattedra, fingendo di leggere il registro.
I capelloni si fecero avanti con aria minacciosa, chiedendo a Bernardo di svuotare le tasche e lo zainetto. Ai ragazzi la scena l’aveva raccontata Luca, che era andato a cercare l’amico per farsi dare l’ultimo numero della Voce della fogna. Nessuno sapeva se veramente Bernardo fosse coraggioso oppure bluffasse come un giocatore di poker; fatto sta che allontanò la compagna di classe che parlava con lui, afferrò una bottiglietta di coca-cola e la spezzò sul banco.
“Venite di persona a vedere quel che ho in tasca”, li sfidò brandendo la bottiglia come una spada.
A quel punto il prof democratico riemerse dal registro, invitò tutti a darsi una calmata e chiese a Bernardo di buttare i cocci di vetro nel cestino.
“Sono certo che questi ragazzi volevano solo parlare”, li giustificò, mentre quelli masticavano amaro e Bernie continuava imperterrito ad agitare la bottiglietta spezzata. Alla fine suonò la campanella e i giustizieri del popolo dovettero battere in ritirata, promettendo vendetta. Naturalmente Tarchetti colse l’occasione per interrogare Bernardo, a tradimento, sul sesto canto dell’Inferno.
Orso preparò con cura l’abbigliamento per il giorno dopo. Maglione dolcevita nero, jeans a sigaretta sdruciti, fazzolettone per tamponare eventuali emorragie al naso o alle labbra, sciarpa del Toro… caso mai avesse dovuto coprirsi il volto durante i casini. No, pensò: forse sarebbe stata meglio una normale sciarpetta di lana scozzese, per non dare troppo nell’occhio. Agli scarponi neri, tipo anfibi, preferì un paio di scarpe da ginnastica blu scuro: andavano meglio, se ci fosse stato da correre. Anche se avrebbe avuto freddo ai piedi. Tirò fuori dal cassetto pure un paio di guanti di pelle. Avrebbe sempre desiderato avere quelli da motociclista, ma costavano troppo. Così aveva ripiegato su un paio di guantoni marron da giardinaggio, comprati in ferramenta. E poi il berrettino di lana nero che usava Jack Nicholson nel film Qualcuno volò sul nido del cuculo. Gli sembrava molto barricadero. Sul giaccone color verde militare si era cucito da solo un teschio, comprato in curva allo stadio, al quale aveva tagliato via la scritta ultras.
Dopo l’episodio di Bernardo e della bottiglia spezzata, lui e Andrea s’erano comprati un coltello serramanico in un’armeria vicino alla stazione. Lo portavano in tasca di fianco al portafogli, aspettandosi da un momento all’altro una spedizione punitiva dei compagni. In cuor loro speravano di non doverlo mai usare, anche perché non avevano la minima idea di come maneggiarlo. Ma gli dava coraggio. “Se ci vengono addosso in dieci”, commentavano spavaldi, “se non altro ne mandiamo un paio all’ospedale. O al cimitero”. Bernie non era d’accordo. “E’ troppo rischioso”, sosteneva. “Se vi ferma uno sbirro andate dritti in galera”.
Quella sera si rigirò il coltello fra le mani, facendo scattare più volte la lama lucente. Per l’indomani tirava brutta aria. E con tutta probabilità ci sarebbero stati dei ficcanaso della questura a dare un’occhiata davanti alle scuole. Forse era meglio lasciarlo a casa. Mollò nel cassetto anche i ray-ban a goccia che si ero comprato mesi prima, dando fondo ai risparmi. Ci mancava solo che un rosso glieli rompesse con un pugno sul naso…
Si coricò sul letto, sfogliando La voce della fogna. Ne capiva poco di politica, ma quella roba era davvero forte. A partire dal titolo, che ironizzava su come i rossi chiamavano i giovani di destra. Fino all’anno prima, quando andava alle Medie, Tommaso Orsiera, detto Orso, pensava più che altro alle partite di pallone con gli amici, alle ragazzine che uscivano con i compagni più grandi e al metodo per sfuggire alle prepotenze dei truzzetti, che affollavano la scuola del suo paesone di provincia. Ma da quando era al ginnasio, in città, all’improvviso i suoi orizzonti si erano aperti. Non tanto per il programma scolastico: studiare a memoria le declinazioni latine era una gran palla e di greco non ci capiva quasi nulla. Però se non altro aveva scoperto un altro mondo. Si sentivo libero, nella metropoli. Nessuno lo conosceva e intorno vedeva solo facce e posti nuovi.
Se ne andava in giro da solo per strade sconosciute, osservando gente vestita in modo strano e strane scritte sui muri. Anche al paese ce n’erano, ma di meno. Lì camminava e s’imbatteva in un tripudio di stelle rosse, falci e martelli, sagome di rivoltelle, chiavi inglesi, caschi da motociclista. E poi slogan minacciosi: “Fascisti carogne tornate nelle fogne”, “Morte al fascio”, “Bastardo fascista sei il primo della lista”, “Occupare e creare contropotere”, “Msi fuorilegge”, “Agnelli ladro”, “Brigate rosse”, “Autonomia operaia”, “Potere operaio”, “Il potere a chi lavora”, “Fascisti occhio”, “Almirante boia”, “La Cina è vicina”. Ogni tanto, timidamente, ne compariva una di segno opposto: “Europa nazione”, “Dux nobis”, “Rossi al muro”, “Socializzazione”. Il rapporto, anche qui, era di uno a dieci. E di solito il giorno dopo la scritta non c’era più, coperta da slogan truculenti di vernice rossa.
Alla sede del partito non c’era mai molto da fare, tranne al sabato pomeriggio, quando era pieno di gente e ci si poteva imbattere nei reduci della Rsi, che raccontavano dei tempi eroici della guerra civile. Altrimenti se ci andavi in settimana, magari tagliando la scuola, non c’era nessuno. Solo un panzone che rispondeva al telefono e un paio di impiegati che leggevano il giornale. Il Secolo d’Italia, naturalmente. All’inizio Orso non capiva il perché, ma La voce della fogna e altri fogli giovanili non erano molto ben visti, lì dentro. Non circolavano e tanto meno li esponevano in bacheca al piano terreno, come invece facevano con l’organo ufficiale. Che però era piuttosto noioso, pieno di articoli sui verbosi interventi in Parlamento degli eletti e di appuntamenti nelle sezioni con l’onorevole Pinco e il senatore Pallino.
Gli piaceva solo quando c’era un editoriale di Almirante, che scriveva benissimo; anche se in tivù, alle tribune politiche, era ancor più bravo. Ogni tanto capitava che lo guardasse con suo padre, perché sull’altro canale non c’era nulla di interessante. E pure il vecchio, che odiava la politica, doveva riconoscere che il segretario se la cavava bene. “Però, a l’è propi brau”, si lasciava sfuggire di tanto in tanto, attirandosi le occhiatacce di mia madre. A Orso faceva impazzire quando Almirante ascoltava impassibile le domande più carogne, fatte dal giornalista democratico di turno, poi lo guardava con quegli occhi chiari, freddi, e gli diceva: “La ringrazio molto per la sua domanda, perché mi dà l’occasione di chiarire la nostra posizione…” e via con delle rasoiate della madonna,  che al malcapitato gli facevano pelo e contropelo. Evvai! Si sentiva orgoglioso di essere di destra, anche se in modo marginale, visto che non aveva ancora preso la tessera del partito. E non vedeva l’ora di compiere diciott’anni per poter andare a votare.
Leggere La voce della fogna, però, era un’altra cosa. Lì ci trovavi un sacco di roba interessante. Fumetti, caricature, recensioni musicali, cinema, libri alternativi. E articoli scritti con un linguaggio giovanile, anche se parlavano di personaggi che non aveva mai sentito nominare: Pound, Céline, Brasillach, Jünger, Drieu La Rochelle, Alain de Benoist. Ma erano i temi affrontati, che facevano sembrare quel giornaletto così lontano dagli uffici grigi e male illuminati della federazione.  Si parlava di ecologia e sociobiologia, di demografia e pubblicità, di Europa nazione e piccole patrie. Niente resoconti parlamentari e né colate di piombo redatte da  oscuri federali di provincia. E neppure slogan dal sapore elettorale.
Se notavi una frase ad effetto, puoi star sicuro che si trattava della presa per il culo di qualcuno. Il ministro democristiano, il finto oppositore del Pci e magari pure il vecchio trombone missino, che chiedeva la pena di morte e la polizia nelle scuole. Sfogliando quelle pagine in bianco e nero, a volte stampate con troppo inchiostro, avevi l’impressione che si cercasse con ostinazione di guardare avanti, non di girare il collo verso l’esperienza politica conclusa 35 anni prima. Era quello che gli piaceva. E che piaceva a tanti ragazzi che avevano smesso di leggere giornali come il Candido o il Borghese, ormai considerati un po’ troppo moderati.
Si addormentò sfogliando le ultime pagine di una storiella a fumetti realizzata da Jack Marchal, un francese tostissimo che disegnava vignette, incideva canzoni di musica alternativa e faceva il disc-jockey in una radio parigina. Era stato lui a inventare la saga dei topacci neri, di fogna appunto, che vanno in giro a combinar casini e a scandalizzare i benpensanti democratici. Nelle ultime strisce  i topi neri sono sempre più numerosi, sempre più incazzati. E alla fine, come toccati da una bacchetta magica, scoprono di non essere più dei ratti, ma ragazze bellissime e giovani aitanti.
Poi gli passò per la mente che anche quei tre camerati uccisi a Roma, forse, avevano letto la stessa storia. E magari ci avevano provato a lottare, a venir fuori dalle fogne in cui erano stati spinti. Ma non ce l’avevano fatta. E adesso era troppo tardi per riprovarci. Chiuse la rivista e spense la luce, tanto con gli occhi umidi non riusciva più a leggere.
Faceva un freddo cane, quella mattina dell’8 gennaio 1978. I piedi di Orso congelavano nelle scarpette di tela blu, mentre gli altri ragazzi, incuranti all’ipotesi di una “ritirata strategica”, indossavano scarponcini o stivali camperos. S’erano ritrovati alle 7,30 all’angolo della scuola, un po’ defilati ma ben visibili ai capoccia dei “rossi”, che li controllavano a distanza. Erano una dozzina non di più. Altri tiepidi simpatizzanti avevano promesso di partecipare, ma poi non s’erano fatti vedere. “I soliti borghesi cagasotto…”, aveva commentato Bernie, i capelli lunghi che sbucavano dal casco da motociclista fino a coprire il colletto del chiodo. Sul petto aveva appuntato un fregio da paracadutista e una spilletta con il teschio e la scritta “Me ne frego”.
Nel gruppetto abbondavano i giubbotti neri e i giacconi militari. Un “quartino” un po’ troppo esaltato s’era messo addosso una mimetica leopardata con tanto di basco nero d’ordinanza. Bernardo lo spedì subito a casa a cambiarsi: “ Ma sei scemo? Credi di andare a una sfilata di carnevale? Vai a metterti qualcosa di più decente e poi ci raggiungi in piazza”. Il programma era semplice: alle otto meno un quarto avrebbero bloccato il portone della scuola e appeso uno striscione di solidarietà per i morti di Roma. Luca aveva rubato un lenzuolo bianco a casa e Attilio, detto Attila, s’era dato da fare con la bomboletta spray che usava per imbrattare i muri del suo quartiere. Uno slogan semplice ma efficace: “Giustizia per i camerati caduti in via Acca Larentia”.
Poi avrebbero distribuito i volantini ciclostilati, in cui si smentiva la verità di regime diffusa da giornali e televisione, e infine si sarebbero spostati fino alla piazza della stazione, dove sarebbero confluiti tutti i gruppetti delle altre scuole e i militanti della federazione per dar via a un corteo di protesta. Bernie stava dando le ultime disposizioni, quando i ragazzi udirono l’inconfondibile rombo della A112 del Santo. Arrivò sgommando, con i finestrini aperti malgrado il gelo di gennaio. Dall’autoradio a tutto volume sgorgarono le note della sua canzone preferita:
People try to put us d-down (Talkin' 'bout my generation)
Just because we get around (Talkin' 'bout my generation)
Things they do look awful c-c-cold (Talkin' 'bout my generation)
I hope I die before I get old (Talkin' 'bout my generation)
This is my generation
This is my generation, baby
Una volta Luca aveva provato a chiedergli che cazzo fosse quella vecchia canzone rocchettara e lui, Roberto Santoro detto “il Santo”, 22 anni per 80 chili di muscoli e karate, l’aveva guardato con aria schifata: “Uei bimbo, bada a come parli. Mai sentito nominare i mitici Who? Questa è My Generation, l’inno di una generazione. E se tu sapessi un po’ di inglese, forse capiresti che il testo può fare anche al caso nostro. Dice più o meno così: La gente cerca di metterci sotto (parlando della mia generazione); Solo perché noi gli stiamo intorno (parlando della mia generazione); Le cose che loro fanno sembrano terribilmente fredde (parlando della mia generazione); Spero di morire prima di diventare vecchio (parlando della mia generazione). Questa è la mia generazione,
questa è la mia generazione, baby…”.
Il Santo aveva portato i volantini. Non quelli ufficiali del Fronte della Gioventù: gli altri, ciclostilati in uno scantinato dal gruppetto di fuorusciti dal partito che si era avvicinato ai veneti e ai romani di Terza Posizione. Parole molto più dure, slogan ancor più taglienti. Nessuno ci fece caso. Anche i due o tre che avevano in tasca la tessera del Fronte li presero senza batter ciglio e cominciarono a distribuirli agli studenti infreddoliti, che si accalcavano all’ingresso del liceo. Indisturbati, Bernie e Marcheselli appesero il lenzuolo alle inferriate delle finestre del piano terreno. I compagni sembravano spariti. Con il suo mazzo di volantini in mano, Orso si voltò indietro e capì: il Santo e un paio dei suoi amici arrivati in moto controllavano la strada con le catene in mano. Bernie urlò un paio di frasi con il megafono, raccontando dei tre coetanei ammazzati a Roma il giorno prima, ma la maggioranza degli studenti entrava a scuola con gli occhi bassi, senza neppure guardarlo. Prendevano il volantino e camminavano come pecore verso il portone del liceo, in silenzio.
Alle 8 e un quarto non c’era più nessuno. I “rossi” non s’erano fatti vedere. Il Santo e i motociclisti sgommarono verso la piazza della stazione, mentre gli altri sciamarono via a piedi, carichi di adrenalina per l’insperato successo. E’ vero, nessuno si era unito al gruppo per andare al corteo; ma se non altro i bolscevichi se n’erano rimasti rintanati a guardare i fascisti che volantinavano e spicheravano davanti al liceo più rosso della città. Svoltato un angolo, notarono la 127 bianca che li seguiva a duecento metri di distanza. “Sbirri!” esclamò Luca, alzando le spalle.
La piazza era abbastanza piena. Almeno trecento persone, quasi tutti giovani e studenti. Non pochi, per un città governata da Pci e sindacati e stretta nella morsa del terrore delle Brigate Rosse. Orso era emozionato e felice, non sentiva neanche più freddo ai piedi. Si guardava attorno e vedeva sventolare tricolori e bandiere con la fiamma. Le braccia tese e gli slogan truculenti non lo spaventavano, anzi si sentiva parte di quello strano animale che è la folla, eccitata e partecipe, che si muoveva all’unisono.
La polizia osservava a distanza, in assetto anti-sommossa. Dei “rossi” neppure l’ombra. D’un tratto Luca gli diede di gomito, indicandogli un ragazzo che si era staccato dal corteo. Avrà avuto poco più di vent’anni, i capelli cortissimi e un giubbotto di pelle nera. Orso non l’aveva mai visto, Luca neppure. “E quello chi è?” gridò Bernie, cui non era sfuggita la strana manovra. All’improvviso il ragazzo estrasse una pistola e la puntò verso il più vicino drappello di carabinieri. Si sentirono delle grida, mentre i militari imbracciarono i moschetti e l’ufficiale che li comandava tese il braccio impugnando la rivoltella verso la folla.
Orso udì due spari, forse tre. Si ritrovò per terra, sull’asfalto gelido, in mezzo alla gente che scappava. Dal basso vide un’orda di scudi e di scarponi chiodati che lo travolgeva. Provò a rialzarsi, per fuggire. Ma le gambe erano di pietra. Notò un celerino che manganellava Luca, a pochi metri da lui; e altri due che avevano afferrato Bernie e gli sbattevano la testa sul selciato. Poi non vide più niente, ma sentì il freddo salirgli dai piedi fino al petto. “Non avrei dovuto mettermi quelle maledette scarpe da tennis”, pensò.
Tolgo il guanto e con la mano nuda sposto ancora un po’ di neve dalla lapide. Ecco il tuo nome: Tommaso Orsiera. Ed ecco le date che racchiudono la tua breve vita: 21 luglio 1963 — 8 gennaio 1978. Due date che da trent’anni segnano in modo indelebile anche la mia, di vita. Non ci siamo mai conosciuti, non abbiamo neppure mai incrociato lo sguardo. Quel maledetto 8 gennaio, quando uscii dal corteo con la pistola in mano, nella calca non ti avevo neppure notato.
Quella del commissario lì per lì mi era sembrata una buona idea. “Mischiati in mezzo a loro”, mi aveva detto, “e poi tira fuori la pistola. Così ci dai il pretesto per caricare e per bloccare i più facinorosi, che sono sicuramente armati. In questo modo li impacchettiamo ed evitiamo che succedano casini più grandi”. Mi sembrava una buona idea, perché avevo visto cos’era successo il giorno prima a Roma e non volevo che si ripetesse. “Tu c’hai l’età e il physìque du role”, aveva aggiunto il commissario, “basta che ti metti un giubbotto nero e nessuno ci farà caso”.
Infatti nessuno ci fece caso, quella mattina, quando mi infilai nella folla e gridando slogan contro gli sbirri e i comunisti raggiunsi la testa del corteo. Mi guardavo attorno con circospezione, cercando di intuire quali fossero i possibili soggetti armati. Ma non li distinguevo. Notavo solo dei ragazzi come me, alcuni pure più giovani, che gridavano la loro rabbia per tre coetanei ammazzati come cani. Non capivo, ma obbedivo. E quando il commissario, da dietro una colonna, mi fece l’occhiolino, capii che era il momento giusto.
Non ho mai capito se fosse tutto pianificato. Oppure se la situazione sia sfuggita di mano al comandante di piazza, come spesso accade. Mi venne anche da pensare che forse i carabinieri non sapevano nulla, non erano stati avvertiti della presenza di un agente provocatore. O che magari qualcuno abbia agito d’istinto, innescando senza volere quel pandemonio. Non lo so, davvero. Ho sperato per anni che sia stato solo un incidente. Più ci penso e più mi vengono dubbi. Ancor oggi, a trent’anni di distanza, non ho trovato risposta.
Di certo non mi sono accontentato di quanto mi spiegò il commissario, poche ore dopo, in questura. Disse che era stata una fatalità, che un paio di fessi impauriti anziché sparare in aria avevano tirato ad altezza d’uomo. Ma il suo sguardo tradiva la menzogna. E mesi dopo, in convalescenza dagli zii in Puglia, mi era arrivata voce che ad ucciderti era stato un proiettile sparato dalla pistola in dotazione agli ufficiali dell’Arma. Naturalmente non ci fu nessuna inchiesta. Venne tutto insabbiato e, come per i tumulti successivi a via Acca Larentia, si parlò di legittima difesa da parte delle forze dell’ordine. Il misterioso estremista uscito dal corteo, che avrebbe aperto per primo il fuoco, non venne mai scoperto.
Non sai quante volte ho avuto la tentazione di andare dal magistrato a raccontare tutto. A dire: “Sono io l’uomo che cercate! E’ colpa mia se quel ragazzo è morto…”. Ma poi non ho avuto il coraggio. I colleghi mi hanno fatto capire che in fondo a tutti andava bene così. Alla polizia, è ovvio. Ma anche ai giudici, che non avevano nessuna voglia di delegittimare gli stessi agenti con i quali combattevano quotidianamente il terrorismo. E agli opinionisti e ai mezzi d’informazione, per i quali un fascista ammazzato in più non faceva nessuna differenza. Anzi, in qualche modo se l’era andata a cercare. Andava bene a tutti, perfino al segretario del tuo partito. Che poteva rinfocolare la sua crociata per chiedere di reintrodurre la pena di morte.
A me non andava bene, ma quando rientrai dopo una lunga licenza il commissario questa volta fu ben più esplicito: “Non farti venire strane idee, altrimenti ci va di mezzo tuo cugino, che sta facendo la scuola di sottufficiale dell’Arma. E tuo padre si gioca la pensione, proprio adesso che dopo anni di onorato servizio nella pubblica sicurezza sta per maturare i contributi per giubilarsi…”. Anche quella volta mi mancò il coraggio di andare fino in fondo. Ebbi solo la forza, sei mesi dopo, di congedarmi. E di rifugiarmi in quella casetta sui monti, lontano da un mondo che non mi apparteneva più. Due capre, le galline, un cane per avere compagnia nelle sere d’inverno. Il laboratorio per intagliare il legno e dare una forma ai miei incubi.
Gli anni sono passati lenti e la mia vita non è cambiata, anche se ora dicono che sono un artista. Guadagno quattro soldi in più, talvolta mi invitano ad esporre in altre città. Sono sereno e ti penso quasi ogni giorno. E vengo a trovarti tutti gli anni, l’otto di gennaio. Porto dei fiori freschi e pur non credendoci troppo ti recito un “Eterno riposo”, come sto facendo adesso. Stasera, davanti al camino, berrò un bicchierino di grappa alla tua memoria. E riascolterò una vecchia canzone che mi piaceva tanto… Com’è che faceva? Ah sì…
People try to put us d-down (Talkin' 'bout my generation)
Just because we get around (Talkin' 'bout my generation)
Things they do look awful c-c-cold (Talkin' 'bout my generation)
I hope I die before I get old (Talkin' 'bout my generation)
This is my generation
This is my generation, baby

Da http://www.scomunicando.it/cronaca-regionale/cuori-neri-la-strage-di-acca-larentia-tanti-anni-dopo

Franco Bigonzetti          PRESENTE!

Francesco Ciavatta       PRESENTE!

Stefano Recchioni        PRESENTE!

venerdì 16 dicembre 2011

Sostituzione della targa in memoria dei caduti di Acca Larentia

i fori dei proiettili sparati sulla saracinesca della sezione di Acca Larentia

Acca Larentia, 18 dicembre, ore 10.30

"La strage di Acca Larentia"
Intervengono:
Gabriele Adinolfi
Andrea Antonini
Valerio Cutonilli
Mario Michele Merlino

Sostituzione della targa

PERCHE' LA SOSTITUZIONE DELLA TARGA?

Abbiamo deciso di sostituire la targa in memoria dei nostri camerati perché venne affissa da personaggi che poi l'hanno rinnegata e infangata, un esempio per tutti: Fini e il suo Male Assoluto.

Aggiungiamo che la sostituzione si è resa indispensabile perché questi signori incisero sulla lapide una falsa promessa: FRANCO, FRANCESCO E STEFANO, “CADUTI PER UN ITALIA MIGLIORE”. Pochi anni dopo il 1978 i personaggi del “Male Assoluto” e quelli che come il Sindaco sostengono che Roma fu bombardata dagli americani per colpa del fascismo, hanno contribuito sì a cambiare l'Italia della Prima Repubblica ma con quella del Bunga Bunga e infine della Massoneria, consegnandola alle Banche e ai poteri Forti, facendoci cosi rimpiangere non solo Craxi ma rendendo loro preferibile persino la Democrazia Cristiana.
“Questo basta per sostituirla”.

La sostituiamo infine perché il Nostro Sindaco Gianni Alemanno sembra aver dimenticato che FRANCO, FRANCESCO E STEFANO, COME GLI ALTRI CADUTI, SI SONO FATTI UCCIDERE PER DIFENDERCI mentre lui non ha neppure il coraggio di far incidere nelle targhe commemorative la verità e di ricordare la matrice antifascista di chi li ha assassinati.
NOI SI, IL 18 DICEMBRE ore 10,30 ACCA LARENTIA.

mercoledì 12 gennaio 2011

Il debito di verità, contratto la sera del 7 gennaio 1978, non può cadere in prescrizione



Raffaele Morani intervista Valerio Cutronilli




Cosa ha rappresentato la strage di Acca Larentia avvenuta il 7 gennaio 1978, con l’assassinio di da parte di un commando terrorista di sinistra dei due militanti del Fronte Della Gioventù Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, e l’omicidio sullo stesso luogo poche ore dopo di Stefano Recchioni, un altro militante ucciso però dai carabinieri? 

Le tragedie di Acca Larentia rappresentano un momento d’elevata criticità. Sia per l’ambiente di destra che viene colpito in modo diretto, prima dall’eversione rossa e poi dalle istituzioni. Sia per l’intero paese. La sera del 7 gennaio, infatti, venne annunciato a tutti il 1978, l’anno terribile che ha mutato il corso della storia italiana. La classe politica però se ne accorse solo due mesi dopo, con l’agguato brigatista di via Fani. 

E’ stato detto da qualcuno che dopo Acca Larentia “nulla fu più come prima”, sebbene le azioni dei Nar e dello spontaneismo armato siano iniziate qualche mese prima di Acca Larentia (penso ad alcune rapine e all’omicidio di Walter Rossi). E’ indubbio però che dopo quella data ci sia stata un’aumento esponenziale di adesioni ed azioni dello spontaneismo armato, cosa ne pensi? 


La tua osservazione è corretta. Acca Larentia non rappresenta un fulmine a ciel sereno. Sembra costituire, piuttosto, un momento di ulteriore destabilizzazione per la città, forse in vista del grande evento di marzo: il sequestro Moro. L’eccidio imprime – in modo evidente – una forte accelerazione alla degenerazione terroristica, già in atto dalla fine dell’anno precedente, di una parte dell’estrema destra. 

Ci potresti dire brevemente il perché del sottotitolo: “quello che non è stato mai detto”? 


Il libro contiene informazioni, ricavate dai fascicoli di diverse istruttorie, che non sono mai state divulgate all’opinione pubblica. Alcune di esse riguardano la pistola mitragliatrice Skorpion (utilizzata nella strage, e che sparò in altri tre omicidi, firmati dalle Brigate rosse: quelli dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffili. n.d.r.) e, come vedrete, sono davvero sbalorditive.

Esiste un filo rosso che lega i fatti narrati nel libro agli altri omicidi commessi a Roma negli anni settanta contro militanti di destra? 


Questo è punto fondamentale. Noi riteniamo di sì. Le evidenze acquisite ci portano a escludere la tesi “riduzionista” per cui la strage di Acca Larentia sia da attribuire al cosiddetto terrorismo diffuso. Bisogna chiedersi, piuttosto, se a Roma in quegli anni abbia agito una struttura occulta che forgiava le nuove aggregazioni attraverso il fuoco dell’antifascismo; 

Gli omicidi di Ciavatta e Bigonzetti sono rimasti senza colpevoli, mentre quello di Recchioni senza condanne, visto che l’ufficiale dei carabinieri responsabile fu prosciolto in istruttoria. E’ possibile ora dopo tanto tempo scoprire la verità? 

Difficile capire se sia possibile. Sicuramente è doveroso. Il debito di verità, contratto la sera del 7 gennaio 1978, non può cadere in prescrizione. 
_________________ 
1)     Giorgio Galli, Piombo rosso. La storia completa della lotta armata dal 1970 a oggi, Baldini Castoldi Dalai, 2007.

fonte IL FONDO Magazine

venerdì 7 gennaio 2011

7 gennaio 2011: il PRESENTE!

Perchè il loro sacrificio non venga mai dimenticato



Il tempo per un funerale, l'ennesimo a Roma e, nel gelo di un inverno cupo, arriva il capodanno 1978. Il clima politico è ancora più tetro e raggelante di quello invernale e ne sanno qualcosa i ragazzi della sezione di via Acca Larenzia, che il giorno dopo l'Epifania si ritrovano per decidere cosa fare alla riapertura delle scuole.
La sezione è un povero stanzone chiuso da una saracinesca in un vicolo non transitabile dalle auto perché chiuso da una breve gradinata. Una sezione di estrema periferia, come la Primavalle dei fratelli Mattei, una di quelle sezioni dove si esprime l'anima popolare e sociale della destra italiana: ben lontana dall'immagine borghese, capitalista, arrogante e becera che la stampa, come il cinema o la tv cercavano di darle. Una destra autentica, radicata nei problemi del proprio tessuto sociale; una destra capace di proporre un modello di economia basato sul lavoro e la partecipazione non sullo scontro sociale. In questo senso una destra che faceva molta più paura di quella "pariolina" (o "sanbabilina" a Milano). Questa destra, antagonista nella realtà popolare, che "per definizione" doveva essere di sinistra, andava sradicata con ogni mezzo. E quello scelto per Acca Larenzia fu: la mitraglietta...
E' sabato pomeriggio, si preparano i volantini per un imminente concerto a Roma degli Amici del Vento. Alle 18 i ragazzi escono per volantinare in piazza Risorgimento. In sezione restano solo cinque ragazzi : Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini, Giuseppe D'Audino. Dopo venti minuti anche loro si apprestano ad uscire. In tre sono già fuori quando un commando di cinque o sei giovani, fra cui sembra di scorgere anche una donna, apre il fuoco su di loro. Franco Bigonzetti, colpito alla testa, cade davanti alla porta della sede. Francesco Ciavatta tenta di fuggire lungo la scalinata, raggiunto da una raffica di colpi si trascina per alcuni metri poi rotola giù dalla rampa. Vincenzo Segneri, benché ferito al braccio, riesce a rientrare in sezione e a chiudere la porta blindata.
"Gli assassini non sono ancora sazi di sangue - scrive Adalberto Baldoni in "Il crollo dei miti" (Settimo Sigillo, Roma, 1996) - si fermano davanti alla porta della sezione. Imprecano, bestemmiano poiché non sono riusciti ad ammazzare anche gli altri, prima di raggiungere una Renault 4 rossa, lasciare le armi nel bagagliaio e fuggire a piedi".
I soccorsi tardano ad arrivare. Bigonzetti, 19 anni, studente in medicina, figlio di un impiegato, è ormai senza vita, ma Ciavatta non ha ancora perso i sensi e rantola poche parole, prima di perdere i sensi tra le braccia dei suoi camerati. Morirà durante il trasporto in ospedale, aveva solo 18 anni, era figlio di operai e pochi mesi dopo suo padre, per la disperazione, si suiciderà.
La notizia della strage attraversa Roma come un fulmine. Decine e decine di militanti giungono da ogni parte della città. La tensione è al massimo. Polizia e carabinieri, che hanno effettuato i rilevamenti, confermano la dinamica bestiale dell'agguato. Nei volti delle decine di ragazzi accorsi sul posto c'è sgomento e una rabbia profonda, tanto terribile quanto impotente.
Un operatore della Rai butta con disprezzo (o con colpevole distrazione) una cicca di sigaretta sulla macchia di sangue ancora fresco di Ciavatta. E' la scintilla, volano pugni, calci, interviene la polizia. Urla, bastonate, lancio di lacrimogeni, un'auto dei Carabinieri viene presa a calci. Il capitano Edoardo Sivori impugna la pistola, tenta di sparare, ma l'arma s'inceppa. Prende allora la pistola dell'autista e apre il fuoco ad altezza d'uomo contro il gruppo di missini. Stefano Recchioni, 19 anni, militante della sezione di Colle Oppio, chitarrista del gruppo di Musica Alternativa "Janus",viene colpito in fronte.
Morirà due giorno dopo, il 9 gennaio, all'Ospedale S. Giovanni dopo che, inutilmente, i suoi genitori si erano offerti di donare i suoi organi.
Nei corridoi dell'ospedale dove si sta spegnendo la sua giovane vita si consuma anche il dramma dei suoi camerati. Un dramma non scevro di amare conseguenze. La strage di quella notte s'inciderà, infatti, come un marchio di fuoco e il nome di Acca Larenzia diventerà, per tutta una generazione, sinonimo stesso di martirio innocente e impotente.
Per circa 10 anni le indagini non portarono a conclusioni: solo nel 1988 si scoprì che la mitraglietta Skorpion usata nell'azione fu la stessa usata in altri tre omicidi firmati dalle Brigate Rosse, ossia quelli dell’economista Ezio Tarantelli, dell’ex sindaco di Firenze Lando Conti e del senatore Roberto Ruffilli.
I colpevoli dell'agguato sono rimasti ignoti e liberi e ciò nonostante la rivendicazione firmata dai Nuclei Armati di Contropotere Territoriale (questa la rivendicazione:”Un nucleo armato, dopo un'accurata opera di controinformazione e controllo alla fogna di via Acca Larenzia, ha colpito i topi neri nell'esatto momento in cui questi stavano uscendo per compiere l'ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga. Da troppo tempo lo squadrismo insanguina le strade d'Italia coperto dalla magistratura e dai partiti dell'accordo a sei. Questa connivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non dalla giustizia proletaria, che non darà mai tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso, le carogne nere sono picchiatori ben conosciuti e addestrati all'uso delle armi.”) e le confessioni di una pentita, Livia Todini, che portarono, nove anni dopo i fatti, all'arresto di Mario Scrocca, un infermiere che il giorno dopo essere stato interrogato dai giudici si tolse la vita in cella. Altri tre arrestati: Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco de Martiis furono assolti in primo grado "per insufficienza di prove", come pure Daniela Dolce, rimasta latitante.

Francesco, Franco, Stefano: PRESENTE!


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