Vogliamo giustizia!

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Giustizia per i morti di Bologna

Ultimissime del giorno da ADNKRONOS

giovedì 30 dicembre 2010

L'ombrello Blade Runner

Blade Runner Style LED Umbrella
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E' sicuramente l'ombrello più cool del momento, soprattutto per i fan della saga di Guerre Stellari. Con una semplice pressione di un pulsante si accenderanno le luci led che illumineranno il vostro ombrello, funzione molto utile la notte o in ambienti con poca luce. E' un oggetto utile anche per i pedoni, che potranno passeggiare molto più tranquillamente: questo ombrello luminoso li renderà molto più visibili agli automobilisti.
E.G.
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mercoledì 29 dicembre 2010

La Cina chiude il rubinetto delle terre rare

Per il 2011 esportazioni ridotte dell'11%. Gli elementi chimici diventano un'arma economica e politica.
[ZEUS News - www.zeusnews.com - 28-12-2010]
Cina riduce esportazione terre rare 11,4% nel 2011
Le preoccupazioni di Europa e Stati Uniti circa le decisioni della Cina sull'esportazioni delle terre rare erano fondate.
Il maggior produttore al mondo degli elementi utilizzati negli apparecchi elettronici (dai telefonini ai computer passando per le auto ibride) nel 2011 taglierà la produzione dell'11,4% rispetto al 2010: 14.446 contro 16.304 tonnellata.
Già in quest'anno, i prezzi delle terre rare hanno fatto registrare aumenti pari anche a 10 volte, mentre negli anni scorsi erano scesi di molto a causa della vasta produzione cinese, che ha portato diversi impianti delle altre nazioni alla chiusura.
Le terre rare sono di fatto diventate un'arma di ricatto - politica ed economica - che la Cina può utilizzare a propria discrezione sventolandola di fronte agli altri Paesi.
Per evitare di dover piegare il capo di fronte a ogni richiesta della Cina si stanno tentando diverse vie: il Giappone, povero di queste materie, ha iniziato una politica di recupero delle terre rare dai rifiuti tecnologici; gli Stati Uniti hanno invece iniziato a riaprire le miniere.

martedì 28 dicembre 2010

Evo Morales riconosce lo Stato di Palestina

di Alessia Lai - 24/12/2010
Fonte: Rinascita [scheda fonte]
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Sembra un contagio: i Paesi dell’America Latina stanno riconoscendo, uno dopo l’altro, la Palestina come stato sovrano e indipendente entro i confini del ’67. Evo Morales aveva annunciato l’intenzione di riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese lo scorso venerdì 17. Mercoledì, il presidente boliviano ha annunciato che La Paz riconosce lo Stato palestinese indipendente e sovrano nei confini antecedenti alla Guerra dei sei giorni, aggiungendosi così agli annunci fatti nelle precedenti settimane da Brasile e Argentina. “Come altri Paesi, come il Brasile (…) la Bolivia riconosce lo Stato palestinese, la sua indipendenza, la sua sovranità”, ha dichiarato il mandatario boliviano. Attraverso indagini fatte dal suo governo, ha affermato, La Paz ha preso coscienza dei “gravi problemi che ha la Palestina”, con gli Stati vicini e la “Bolivia non vuole continuare ad aspettare con le braccia incrociate”. Per questa ragione è arrivata la decisione di imitare quanto già fatto, ai primi di dicembre, da Brasilia e Buenos Aires. Il presidente Morales ha insistito sul fatto che il suo Paese non poteva spettare “di fronte ai problemi dei diritti umani, alle questioni territoriali, a quelli di sovranità” che la Palestina deve affrontare quotidianamente. “La Bolivia invierà una lettera al presidente palestinese riconoscendo lo Stato indipendente e sovrano”, ha ancora affermato Morales aggiungendo che “la prossima settimana, in modo ufficiale invieremo alle organizzazioni internazionali” la comunicazione della decisione di riconoscere le Palestina come uno dei nostri pari nella comunità internazionale. Israele “commette un genocidio” contro il popolo palestinese ha voluto sottolineare Morales, invitando le nazioni del mondo e “le organizzazioni internazionali ad assumersi le loro responsabilità” per mettere un freno al comportamento di Tel Aviv. Non ha mai avuto remore, Morales, nei confronti dei comportamenti criminali di Israele: nel gennaio del 2009 ruppe le relazioni diplomatiche con Tel Aviv in risposta all’offensiva militare israeliana contro la Striscia di Gaza, la tristemente nota “Operazione Piombo Fuso”, iniziata a fine dicembre del 2008 e che fece centinaia di morti tra le donne e i bambini palestinesi. L’annuncio del mandatario boliviano è giunto nel corso di una riunione con i suoi pari di Uruguay, José Mujica e Paraguay, Fernando Lugo. Proprio l’Uruguay, solo pochi giorni dopo l’annuncio del riconoscimento fatto da Brasile e Argentina, rese nota la volontà di formalizzare le relazioni diplomatiche con lo Stato indipendente di Palestina agli inizi del 2011. una promessa alla quale si aggiunge la “dichiarazione d’intenti” cilena. Sempre ieri, infatti, Ena Von Baer, ministro portavoce del governo di Santiago, in una intervista online pubblicata dal quotidiano La Tercera ha affermato che il Cile appoggia la “creazione dello Stato palestinese sulla base del negoziato che si sta portando avanti tra le parti”. Von Baer ha spiegato che il sostegno cileno si inquadra nel processo dei negoziati tra Palestina e Israele. Con ogni probabilità si tratta di una risposta ufficiale ai parlamentari cileni di tutti gli schieramenti che di recente hanno chiesto al governo del presidente Sebastián Piñera di riconoscere l’esistenza dello Stato palestinese nelle frontiere anteriori al 1967. Non è un caso che più di 400 mila persone di origine palestinese vivano oggi in Cile, costituendo la più grande comunità palestinese fuori dal mondo arabo. Ma c’è ancora di più, la recente apertura di negoziati per la sigla di un trattato di libero commercio tra il Mercosur (l’area di libero scambio tra Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay alla quale a breve dovrebbe aggiungersi il Venezuela) e l’Anp suggella un rapporto che sembra farsi ogni giorno più stretto tra l’America Latina e il Vicino Oriente (si parla di un Tlc anche con la Siria) e soprattutto con il popolo palestinese. Mentre l’Ue continua a fare orecchie da mercante, affermando che riconoscerà la Palestina “a tempo debito”, quel tempo nel Continente latinoamericano è già arrivato.

lunedì 27 dicembre 2010

Improvvisa scomparsa del camerata Mario Trubiano


Con profondo rammarico vi partecipo la improvvisa scomparsa del Camerata Mario Trubiano,
stroncato ieri sera , 26 dicembre 2010, da una crisi cardiaca.
Mario Trubiano era conosciutissimo e molto apprezzato negli ambienti nazionalrivoluzionari italiani ed europei, essendo stato per molti anni il gestore della Libreria "Europa", facente capo al gruppo politico "Ordine Nuovo".
Ultimamente, dirigeva un'altra libreria "storica", la Libreria Romana di Via dei Prefetti,16 Roma.

Le esequie  si terranno domani, 29 dicembre 2010,   alle ore 11.00 AM nella 
Chiesa di San Giuseppe Cottolengo
Via di Valle Aurelia, 62, Roma. 

Ugo Cascella

'La disintegrazione del sistema'. V edizione, 2010

Adel Libreria Ar: servizio di informazione libraria e di vendita per corrispondenza.
Per ordinare: info@libreriaar.com - www.libreriaar.com - tel./fax: 0825 32239
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Franco G. Freda. La disintegrazione del sistema. A cura di Francesco Ingravalle. V edizione, 2010. Pp. 182 + una illustrazione di Curzio Vivarelli: Omaggio a Franco Giorgio Freda. Indice: La disintegrazione del sistema (contiene anche gli scritti, non presenti nella precedente edizione: ‘Intorno al terrorismo dei minimi termini’e ‘Appunto intorno all’idea del mondo di Moeller van den Bruck’); alienazioni e prospettive; per un radicalismo di Destra: ‘Cavalcare la tigre’; “Le fascisme, notre mal du siècle”; Gruppo tradizionalista di Ar; manifesto dell’Argo; l’Ordine di Sparta; il vero Stato secondo Platone; due lettere controcorrente; risguardo; Ordine dei Ranghi; il cattiverio e le beatitudini; lettera a un commilitone; la rievocazione di un Autore. Corollario: Spinozismo di destra, spinozismo di sinistra (Piero di Vona); un comunismo ‘dorico’ (Francesco Ingravalle); un libro ‘imperdonabile’ (Anna K. Valerio). Appendice: Su ‘La disintegrazione del sistema’ (Roberto Melchionda). Indice dei nomi. Exergo (Dudù). Edizionid di Ar. Euro 15,00

Questa quinta edizione de La disintegrazione del sistema è accresciuta di scritti dell’Autore assenti nelle precedenti e nuovi testi, tra cui un profilo biografico di Freda che riproduciamo:
“S’i fossi Freda arderei il mondo. Una vita tutta al superlativo. Bellissimo e dannatissimo, capelli bianchissimi, ribelle non per una stagione ma per tutta l’esistenza, accusato a gran voce non di aver ucciso un paio di persone in un reflusso di pathos ma di aver organizzato la strage di Piazza Fontana, madre di tutti i ‘sacrifici’ politici (e poi assolto, dopo un processo decennale che tenne l’Italia incollata ai telegiornali). Timbro di voce più che grave. Cercagli solo un capello non bianco, grigio chiaro, sulla sua testa e non lo trovi. E’ completamente candida, senza sfumature, senza sbavature. Contro lo stato al punto da non concederglisi nemmeno nel nome. Franco per l’anagrafe, per la legge e per i curiosi; Giorgio per sé e per tutti gli altri.
Anche se è da vedere, qui, come nella sapienziale e sorprendente chiusa dell’Eneide, chi arde e chi è arso, perché la sorte di Freda comincia a mandare vampe ben prima della sua nascita, con un trisnonno, notaro irpino e munifico sindaco antiborbonico (“i limiti del razzismo biologico” – chiosa l’epigono, di avviso completamente opposto…), finito nel mirino del brigante Crocco, che gli incendiò la biblioteca e gli affumicò i tomi di diritto pubblico e privato insieme a un po’ di carmi latini, postillati con grandi ghirigori ai tempi venerandi delle scuole ottocentesche.
“Studia, Michelangelo, che sennò ti tocca fare il pubblico ministero…” – diceva don Gennaro Freda. Mica con sprezzo: è che allora usava così; era un altro mondo in cui i pubblici ministeri venivano considerati come il due di picche. E il figlio, il bisnonno del nostro protagonista, studiava leggi e leggine, a Napoli, pur restando un ‘campatore’, amante della vita gratuita e voluttuosa. Altre vampe: il rosso dei capelli della postigliera di cui sussurrano conobbe le grazie, sottraendole agli altolocati sospiri del barone indigeno. Bocche di donne e paragrafi di pandette…
I cafoni se ne andarono e cominciò a tirare brutta aria, aria di ‘incivilezza’ in paese. I campi, senza braccia che li lavoravano, parvero, da infiniti che erano, raggrinzirsi e diventarono poco più che fazzoletti. Tutto era cambiato quando nacque, circa un secolo dopo, Franco Freda di Michelangelo, che il suo nome anagrafico lo apprese solo, con una certa perplessità, in prima elementare. Nacque aspramente, a Padova, in una fredda notte di guerra. Il padre, soldato, a obbedire al Duce, che lo spedì a combattere ai quattro angoli d’Europa. Nel febbraio del ’41, gli era appena morto un commilitone che si chiamava Franco. La levatrice fu così mandata a iscrivere il piccolo all’ufficio anagrafe con ordini confusi. Giorgio… Franco… Lei ricordò solo il secondo nome: Franco, e così dichiarò. Ditelo ai misteriologi che non c’entrano i nomi di battaglia.
Incendio numero uno: il covo di via Patriarcato nel centro storico di Padova, dove Freda riuniva la sua snella masnada e dove aveva aperto, nel ’68, una libreria dal nome odioso a Padova tutta, la Libreria Ezzelino. 1975. Forse un commando delle Brigate Rosse. Forse c’era con loro un noto ideologo scarlatto. Di sicuro, dentro i locali, c’erano due persone e un bambino di pochi mesi e, di sicuro, se non ci fosse stata l’uscita sul retro, si sarebbero tutti e tre cotti a puntino. Avevano buttato una molotov e chiuso la serranda, trasformando la libreria in un forno. Freda era già in galera da quattro anni e di anni ne aveva trentaquattro. I suoi maglioni col collo alto, i suoi zigomi alteri, la sua schiena dritta e le sue idee inconcepibili, sospese tra la Grecia di Eraclito e Platone, la scrivania di Nietzsche e il Terzo Reich, avevano già fatto il giro delle gazzette.
Incendio numero due. Via San Biagio (sempre in centro a Padova). Brucia l’ex studio di Freda adibito a deposito dei volumi di Ar, la sua casa editrice, fondata nel 1963. E giù altri libri affumicati, Celso, Porfirio, i Discorsi contro i galilei di Giuliano Imperatore. Siamo negli anni ‘90. L’Editore (così lo chiamano i suoi aficionados) è di nuovo in rotta con il diritto italiano per aver fondato, nel 1990, un movimento politico, il Fronte Nazionale, che voleva impedire l’ingresso massiccio di immigrati in Italia. Allora, se ne coglievano malcerte (ma per lui certissime, così come è stato) avvisaglie. Si trovava ancora in galera, Freda – sarà stato il 1987, poco prima della scarcerazione definitiva per Piazza Fontana – quando vide la prima immagine di un gruppo di vu’ cumprà all’ombra della madunina, sotto le spade celesti delle guglie del Duomo di Milano. O è un fotomontaggio o è un’indecenza – pensò. Non si concesse neanche due anni di congedo dalle cure politiche e, nel 1989, cominciò ad attraversare l’Italia per costituire il Fronte Nazionale, che il consiglio dei ministri disciolse, nel 2000, per le sue frizioni con la legge Mancino. Dieci anni di vita: quanto basta perché i balconi bombati dello studio di via San Biagio, davanti alla storica biblioteca universitaria, si annerissero, e non metaforicamente.
Mettiamoci anche le fiamme della guerra che il piccolo Giorgio conobbe nei suoi primi anni di vita. Mettiamoci gli urli delle sirene e il mormorio lento, inerzia e rassegnazione, dei rosari ascoltati nei rifugi. E mettiamoci il cielo che si rovesciò, un giorno, frantumando gli affreschi del Mantegna. Il filobus che si ferma di colpo. L’ululato della sirena. La gente che corre tentando di scappare dal cielo, che non finiva mai. E lui, Giorgio, attaccato al petto di un’amica della madre che se l’era portato con sé in giro per la città. Lei paralizzata; l’autista fuggito in barba a decenze e doveri e, all’improvviso, la lana dura del cappotto di un soldato tedesco, Alfred, che si era infilato il piccolo dentro il suo bavero e li trascinava entrambi al più vicino rifugio e poi, dopo una pausa interminabile, lo riportava a casa, dalla madre e dalla sorella, quando gli amici di Pippo, il tremendo bombardiere alleato, avevano finito le munizioni. “Noi sì morire, i bambini no” – disse il tedesco, umano troppo umano. Facile diventare nazisti. Ma non Giorgio, lui non sarebbe mai diventato nazista per questo, sull’onda del sentimento. Lui, se un po’ lo fu, è perché indotto dal suo Platone, compulsato tra il liceo e la laurea, e per un’innata sensibilità per lo stile. Per lui Alfred non è nazismo: è ancora folklore, seppur gradevole.
Come non è un ricordo fascio quest’altro, di quando i rossi cercarono di linciare suo padre nel giorno dell’attentato a Togliatti. Suo padre la guerra la fece fino in fondo, fascista fino alla fine, e provò la dolcezza delle bucce di patate nei campi di concentramento tedeschi, subito prima di fare lo scudiero di Mussolini nella Repubblica Sociale, e ritornò a casa senza stivali, lasciati come giusto pegno di guerra a un partigiano. Rabbia, amarezza, anche se lui fascista lo era solo perché era fascista lo stato, la sua nazione, e non fu mai come il figlio, ribelle e libero nella passione ideologica. Finita la guerra, Michelangelo Freda riprese il suo ruolo di servitore dello stato, direttore del più odioso degli uffici, l’ufficio imposte, e si portava la legna da casa per la stufa per non approfittare dello stato. Uomini ormai estinti anche loro, insieme allo stato che veneravano. Un po’ di rammarico politico gli era rimasto, però, un’ombra di nostalgia, e bastò per indurlo a diventare il segretario della sezione dell’Uomo Qualunque di Adria, città in cui risiedeva per lavoro, prima di trasferirsi a Piove di Sacco e infine a Padova. Nel giorno dell’attentato a Togliatti passeggiava insieme a suo figlio (fate voi il calcolo di quanti anni avesse), quando un nugolo di rossi gli fu addosso menando calci, pugni, ingiurie. Cosa volete, allora mancava il diversivo del “Grande Fratello” e la politica era passione.
Ma chi cercasse in Giorgio del rancore per quegli episodi, del risentimento mascherato da ideologia, non ne troverebbe un grammo. Per lui à la guerre comme à la guerre, per sé e per gli altri, e basta con le moralette, con i vittimismi, con il moccio al naso.
Insomma, ecco, tutto il contrario del neofascismo italiano retorico e bigotto, puntellato di labari e lacrime, di commemorazioni e sceneggiate. Tutto il contrario del “sangue-dei-vinti”, del “cuori-neri” style che ora impazza. Non parlate a Freda delle foibe, non parlategli delle cattiverie dei partigiani, dei massacri di Stalin, non pretendete che lui usi per l’Italia la parola patria (“sono italofono, non italiano” – precisa), non aspettatevi di vederlo commosso per le tredicenni violentate dopo il 25 aprile. Le uniche figure che muovono il suo cuore, al plauso, sono le due vendicatrici, Maria Pasquinelli, l’erinni che uccise, nel 1947, a Pola, il brigadiere generale W. De Winton (comandante della guarnigione britannica), e Alfa Giubelli che, nel ‘56, vendicando con la madre uccisa il fascismo, accoppò il sindaco comunista del paese, ex partigiano.
“Prima ci si vendica e poi si fa la pace” – pare abbia detto Freda al giovanotto Ventura che comiziava, nel 1967, di pacificazione necessaria. O lo scontro totale con l’inaccettabile – ai suoi occhi – ipocrisia postbellica, o la distanza assoluta, la monacalità. “Un monaco” – si definisce oggi, mentre cesella, con puntigliosità ‘imperdonabile’, le sue traduzioni da Nietzsche e da Spengler, mentre pensa alle nuove voci da aggiungere alla sinfonia antimoderna, antiumanistica, antiborghese e antisentimentale delle Edizioni di Ar, che va dagli Aurea carmina di Pitagora alla gaia erotica, a Nietzsche, a Evola, al Mein Kampf (ma in livrea bella e preziosa, mica con quei goffi grassetti pseudorunici da santino nostalgico).
Esserci, comunque, quando Freda duellava con D’Ambrosio agli albori del processo per Piazza Fontana. Esserci quando imponeva alle guardie di attendere che si potesse infilare i guanti prima di mettergli le manette o gli schiavettoni, che il ferro democratico non toccasse i suoi polsi. Esserci quando, giovanissimo, passando tra i tavoli del Pedrocchi, lo storico caffè padovano, indicava al suo seguito i reduci del fascismo, intenti a scordare nell’ebbrezza alcolica e nelle chiacchiere vacue i bei tempi, dicendo aspramente: “Guardateli, quelli che hanno perso la guerra”. Esserci, in via Patriarcato, ad ascoltare, nelle sere di sabato, le sue letture del Federico II di Kantorowicz, con quella voce e quella faccia fatte apposta per la recita di leggende anacronistiche. Esserci quando gabbò le guardie, a Catanzaro, e si “allontanò” (come preferisce dire) dal domicilio coatto prima di beccarsi l’ergastolo per strage (poi annullato con triplo sigillo), andando a passare quell’inverno esistenziale in Costarica. Esserci quando, durante il breve esilio, gliene succedevano di tutti i colori intorno – e non è uno che ami i romanzi. Esserci quando, ancora oggi, incanta agricoltori e impiegate delle poste, che potrebbe arruolarli di certo se gli interessasse fare la guerra. Esserci quando, nel 2000, citato come teste nel corso dell’ennesimo processo per Piazza Fontana, interruppe il pubblico ministero, che aveva cominciato a interrogarlo senza presentarsi, innescando una micidiale ‘sticomitia’:
“Chiedo scusa, signore, lei chi è?”
“Sono il pubblico ministero.”
“La riverisco.”
Un uomo inimmaginabile. Che appassiona o atterrisce. Che si venera istintivamente o si evita in toto. Da recitare tutta la “Marcia del coraggio” di Papini, prima di incontrarlo, ché, come minimo, ti farà vergognare di quello che hai appena detto, letto, non fatto, mangiato. Con il suo staffile letterario sempre pronto:
“Questo popolo di cialtroni, di carogne, di osti, di legulei, di traditori…” (dal pamphlet In alto le forche!)
Con i suoi giochi di etimi e radicali linguistici:
“Noi dobbiamo situarci sulla linea che segna il confine tra cielo e terra, in cui cielo e terra si confondono: in cui l’illuminante e l’illuminato danno vita al luminoso.” (da La disintegrazione del sistema)
Antimondano da spavento. Disgustato dai politicanti attuali. A un passo dal rinunciare alla lettura del quotidiano, di cui lo incuriosiscono appena le avventure della politica estera. Sobrio. Secco. Severo. Ma, a sentire le femmine che gli girano e giravano e sono sempre girate intorno, pure “seducente”. “Ammaliante”. “Affascinante”. Donne anche di sessanta, settant’anni che, ricordandolo, te lo dicono così, in un soffio, come adolescenti alla prima cotta: “affascinante”. Un ‘campatore’ al modo del bisnonno, ma più da proiettili che da pandette. “Bocche di donne e di fucili”…
Prima di accalorarsi per i trecento di Leonida, Freda ama Attilio Regolo, la cui fedeltà scordò ogni convenienza e ogni compiacimento. Vincere in questo mondo non gli preme, non gli importa nulla del successo mondano, ma se vincesse lui vorrebbe fare fuori “anche il cane di casa” dei nemici. Tranquilli, non c’è quel rischio. In una recente intervista (delle pochissimissime che concede), alla domanda: “Come pensa debba muoversi l’uomo ‘in ordine’?”, ha risposto con decisione: “Non deve muoversi. Deve stare fermo, raccolto in sé, concentrato in sé. Naturalmente, nel proprio miglior sé.”
S’i fossi Freda, in effetti, pensandoci bene, non lo arderei mica questo mondo, che poi col cavolo che si sopravvive con tutte le esalazioni chimiche nocive che si sprigionano. S’i fossi Freda, a questo punto, capito come funziona il fatuo giochino della modernità ragionevole e plurale, tollerante e pietosa, me ne starei ben trincerato nella mia torre d’avorio patriarcale, ad Avellino, tra il monte Terminio e il monte Partenio, grazie alla sorte pure dietro un paio di colonnuzze doriche, a tradurre e a tramandare. E questo fa infatti, l’editore più tabù d’Italia, candido e inafferrabile.
"Dudù”
omaggioafreda22
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domenica 26 dicembre 2010

Processo invalidato per colpa di Wikipedia

Un giurato che consulta Wikipedia minaccia il diritto dell'accusato ad affrontare un giusto processo.
[ZEUS News - www.zeusnews.com - 26-12-2010]
Wikipedia invalida processo
Durante lo svolgimento di un processo, negli USA, i giurati devono attenersi unicamente a quanto avviene in aula: non possono, per esempio, formarsi un'opinione sul caso leggendo i giornali o dai programmi televisivi.
Ora tra gli strumenti proibiti occorre inserire anche Wikipedia.
Durante un processo a carico di un agente di polizia della Florida (accusato di aver drogato e stuprato la propria figlia diciannovenne), la presidente della giuria Fay Mason ha consultato la voce di Wikipedia relativa alla sindrome di trauma da stupro, portando poi le informazioni così ottenute nella stanza della giuria il giorno in cui è stato deciso il verdetto di colpevolezza.
La donna non credeva di fare alcunché di male ma quando ha rivelato il "misfatto" il giudice Stanton Kaplan ha dovuto annullare il processo: conducendo ricerche per proprio conto sul caso e portandone il risultato a conoscenza degli altri giurati avrebbe compromesso il diritto dell'accusato a un giusto processo.
"So che non l'ha fatto di proposito" ha detto il giudice Kaplan rivolto alla signora Mason, che peraltro non dovrà subire alcuna conseguenza per le proprie azioni. Ora sarà necessario istruire un nuovo processo.

sabato 25 dicembre 2010

Liu Xiaobo e Horst Mahler: stessa battaglia

 

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Il Presidente del Comitato del Nobel, il norvegese Thorbjoern Jagland, ha dichiarato il 10 dicembre scorso, assegnando il Nobel della Pace al cinese Liu Xiaobo: “Molti si chiederanno se malgrado la sua attuale potenza, la Cina non dimostri una certa debolezza nel ritenere necessario imprigionare un uomo per 11 anni per il solo fatto di aver espresso le sue opinioni”[1]. Di fronte ad una tale dichiarazione, due tedeschi ben conosciuti in ambito revisionista, già condannati in passato proprio per aver espresso le loro opinioni, hanno scritto la lettera che segue in difesa del celebre avvocato revisionista Horst Mahler (foto), incarcerato dal 25 febbraio 2009, a 73 anni di età, e per 12 anni,anche lui “per il solo fatto di aver espresso le sue opinioni”.
Al ministero federale della Giustizia
All’associazione tedesca dei magistrati
Alla Corte Suprema
Vlotho-Valdorf, 16 dicembre 2010
Oggetto: Il Premio Nobel della Pace 2010 fonda la revisione della condanna di Horst Mahler
Signore, Signori,
Liu Xiaobo ha ricevuto quest’anno il Premio Nobel della Pace per la sua coraggiosa critica dello Stato cinese e per il suo impegno senza riserve in favore delle legittime libertà dell’uomo.
La politica cinese ignora la libertà di espressione, la libertà di stampa e la libertà dell’arte, benché siano previste dalla Costituzione. Xiaobo non accetta questa contraddizione. Ma i dirigenti cinesi ritengono che abbia violato delle leggi dello Stato e che abbia diffamato quest’ultimo. È per questo che passa da criminale ed è stato condannato a undici anni di carcere.
Per questo, i governi e i media del mondo occidentale lo portano alle stelle. Ecco cosa dichiara il presidente del Comitato del Nobel, Thorbjoern Jagland, secondo un’informazione della Deutsche Presse-Agentur (dpa): “La costituzione cinese garantisce la libertà di stampa, la libertà di espressione e la libertà di riunione, oltre che la facoltà, per i cittadini, di criticare. Liu si è limitato a fare uso di questi diritti; deve essere liberato” (citazione tratta dal “Westfalen-Blatt di giovedì 11 dicembre 2010, p. 1).
Poiché i delitti imputati a Horst Mahler sono gli stessi, e cioè la critica nei confronti dello Stato – considerata, a quanto pare, una diffamazione della Repubblica Federale di Germania – e l’uso delle libertà legittime, il modo in cui viene pubblicamente presentato il caso Xiaobo non può che significare una cosa sola: la condanna di Horst Mahler a dodici anni di carcere è illegale.
La richiesta di revisione del suo processo è depositata da diverse settimane. Abbiamo motivo di sperare e di attenderci che dopo questa critica categorica, seppur indiretta, nei confronti della giustizia tedesca riguardo a Horst Mahler, questo giudizio vergognoso venga cancellato senza indugi.
Noi chiediamo alle istanze giuridiche menzionate in precedenza di intervenire energicamente in questo caso, soprattutto nel loro stesso interesse. Per ciò che concerne il trattamento inammissibile riservato ai detrattori del sistema, la Repubblica Federale non si comporta meglio della Cina.
Qualcuno potrebbe avere l’impressione che i responsabili politici della Repubblica Federale sono degli ipocriti, allorchè hanno già introdotto una dittatura alla cinese.
Bisogna dunque esigere la liberazione di Horst Mahler per il Nuovo Anno, senza grandi formalità. Ogni nuovo procedimento penale non farebbe che confermare i peggiori timori.
Distinti saluti,
Ursula Haverbeck
Rigolf Hennig
[1] http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/206346

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