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Giustizia per i morti di Bologna

Ultimissime del giorno da ADNKRONOS

martedì 10 agosto 2010

X agosto. C'era l'Italia

X agosto. C'era l'Italia
SCRITTO DA GABRIELE ADINOLFI   
MARTEDÌ 10 AGOSTO 2010 10:00

San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l'aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla
Pianto di stelle.
Cesare Prandelli si candida come testimonial del finiano Fare Futuro, che, viste tutte le proposte che avanza, sarebbe più corretto chiamare “Come Neutralizzare Ogni Futuro”.
Lo smantellatemento di ogni cardine, un obiettivo tanto caro al signore della scrofa e  così intonato con l'internazionalismo in ogni salsa, sembra  perfettamente impersonato dal nuovo allenatore della Nazionale, un altro yes man delle oligarchie.
Il Palazzo dei Pochi vuole annullare il fattore organico, tradizionale, innovativo e rivoluzionario della Nazione: la grande illuminazione che ebbe Mussolini un secolo fa.
Ed eccoli balzare subito al volo sull'occasione per varare, violentando persino la lingua, la “nazionale degli oriundi”. Ma quali oriundi? Oriundi sono coloro che hanno origine in una natio, che sono quindi l'effetto genetico di un dna. I “nuovi italiani”, come li chiama il nuovo mister del club azzurro, non hanno origini italiane, il passaporto lo hanno acquisito, semmai sono “sfociundi”.......

lunedì 9 agosto 2010

Anybots QB, il robot che va in ufficio al posto nostro

Zeus News - Anybots QB, il robot che va in ufficio al posto nostro

Un ricordo di Tonino Fiore

Un ricordo di Tonino Fiore


Scritto da Gabriele Adinolfi

Sabato 07 Agosto 2010 06:41

Nel trigesimo della sua dipartita



Tonino Fiore ci ha lasciati un mese fa, il 7 luglio.

Ero all'estero e ne sono venuto a conoscenza solo l'indomani.

Ho preferito lasciare che qui lo ricordasse chi lo conobbe bene e molto prima di me, chi gli fu saldamente unito e continuò a frequentarlo in seguito: Mario Merlino.

Io, parlando di lui, mi sarei irremediabilmente perduto nel ricordo della mia adolescenza, visto che sono passati almeno trentotto anni dall'ultima volta che l'ho incontrato.

Colgo l'occasione del trigesimo della sua dipartita per dedicargli un ricordo che suoni meno stonato di quanto lo sarebbe stato allora.

Lo conobbi quando, diciassettenne, avevo deciso di fare il salto di qualità e di “arruolarmi” in Avanguardia Nazionale. Lì mi dissero subito che non sarebbe stata tollerata alcun'approssimazione, che non si era missini. Lì m'insegnarono la disciplina; anche con i metodi più rozzi, come darti l'appuntamento a un'ora precisa e lasciarti attendere, magari in piedi, per un'ora o più, per vedere se poi avresti protestato, obiettato e, soprattutto, se saresti ritornato.

Chi sostenga che questa non è una formazione politica, perché non si parla di contenuti, di progetti, di organizzazione, non ha capito nulla. E' questa la formazione delle formazioni e il vero dramma della destra neofascista, poi divenuta terminale, è di non averla mai conosciuta.

Roba da soldataglia, dirà qualcuno. Gli consiglio di rileggersi i racconti Zen e, forse, capirà qualcosa del valore inestimabile di certe attese giudicate sciocche e inutili.

A controllare la formazione c'era un sergente di ferro, che sembrava uscito, in anticipo, da “I quattro dell'oca selvaggia”. Burbero, inflessibile ma ironico e sostanzialmente affabile, Tonino Fiore era l'istruttore, temuto e rispettato.

Se sgarravi giù flessioni e colpi allo stomaco.

Un'altra pratica che, purtroppo, è passata in disuso; e se ne sono visti gli effetti.

Tonino Fiore era un uomo tutto d'un pezzo, ed amava la franchezza.

L'ordine di scuderia in quel tempo era di non mischiarsi con i missini; però erano in corso le elezioni amministrative e un po' ovunque ci si scontrava intorno ai comizi del Msi con gli assalitori rossi. Te le potevi perdere occasioni così? Sicché, disciplinatamente, disubbidii.

Qualcuno mi vide, rammento che era un comizio di Gionfrida a piazza Bologna, e lo raccontò al sergente di ferro. Questi mi convocò in presenza del mio accusatore e mi domandò se fosse vero che mi ero recato al comizio di piazza Bologna. Gli risposi di sì e che non era l'unico comizio al quale ero andato, gli dissi che ritenevo mio dovere e piacere essere presente quando c'era situazione di pericolo e gli elencai, uno ad uno, tutti i comizi a cui mi ero presentato.

Per punizione mi disse: bravo! E mi regalò una smorfia che sapeva di sorriso.

Con quel cenno e quella sola parola mi disse in sostanza che avevo saputo andare all'essenza: ero disciplinato, ma sapevo anche essere ribelle in nome di richiami superiori. Quello che, seppi poi, i tedeschi durante il Terzo Reich provavano a insegnare non solo ai giovani ma anche ai bambini delle elementari.

Continuai a frequentare AN, l'originale non quella finiota, nella sede di via dell'Arco della Ciambella fino alla fine dell'estate del 1971; contribuii a stilare il documento di Avanguardia per le scuole e, infine, passata la prova, venni accolto a pieno titolo. Ne fui orgoglioso ma preferii uscirne perché, sostenni allora, e tuttora credo che avessi ragione, che l'azione prevista non era veramente politica, mentre io intendevo farla a tempo pieno e ovunque.

Da allora non ho più rivisto Tonino Fiore.

Ho avuto sue notizie da Francesco Mangiameli, il mio camerata che sarebbe poi stato assassinato da insensati ineffabili, che lo incontrò per caso per le vie di Roma.

“Quelli di Terza Posizione – gli disse Tonino Fiore – mi piacciono: posseggono qualcosa della mia tempra”.

Finora è il miglior complimento che abbiamo ricevuto.

Addio comandante, forse c'incontreremo nel Walhalla, ammesso che io possa raggiungerlo.



Come avevo premesso, e ne chiedo venia ai lettori, ho finito col ricordare la mia adolescenza e non sono riuscito a parlare di Tonino Fiore, a ricordarlo com'era.

Ma è andata proprio così? O invece senza averlo neppur voluto, è emersa l'essenza, la personalità, forte e silente, del grande istruttore?

venerdì 6 agosto 2010

Siore e siori: Spadofini!

Siore e siori: Spadofini!
SCRITTO DA GABRIELE ADINOLFI   
MERCOLEDÌ 04 AGOSTO 2010 08:57
alt  Mosse in vista del putsch bianco
Fini e i suoi si smarcano dalla maggioranza.


Provano a farlo all'italiana, alla chetichella,
secondo la lezione per cui c'è sempre prima un 
25 luglio e solo poi un 8 settembre.
Le decisioni secche non si confanno all'italiota.
L'idea è quella di fare intanto balenare la 
costituzione di un terzo polo, centrista, dove 
i Fel-lones si ritrovano con i peones di Casini,
i voltagabbana di Rutelli e i capataz dell'Mpa e 
coraggiosamente, tutti insieme, si astengono dal 
voto su Caliendo. Il che significa di fatto non 
sfiduciare la maggioranza pur allontanandovisi.
L'unica mossa politicamente intelligente dei 
congiurati, se si volevano avviati a rappresentare 
un'alternativa interna alla maggioranza che puntasse
a ribaltarne la leadership, sarebbe stata  di votare 
comunque, per ora, a favore del Pdl. Così invece 
aprono le ostilità avventuristicamente.

Di che ostilità si tratta? A meno che il Waiter 
de noantri non sia al corrente di qualche dirompente 
manovra sotterranea coordinata da un soviet di giudici 
ed editori per scompaginare l'équipe di governo 
e promuovere un governissimo putschista, o non abbia 
avuto sentore di omicidi programmati del premier 
(il che non ci stupirebbe), la scelta è peregrina.
Nel mezzo non c'è spazio reale. Perché in prospettiva,
un grande centro, correndo da solo, può anche superare 
la barra del 10% ma il Pdl e la Lega, ferme restando 
così le cose, continuerebbero a prevalere comunque 
sulla sinistra; ma anche nel caso opposto il grande 
centro sarebbe fuori gioco; sicché i centristi, con la
legge attuale, non avrebbero un ruolo né altro futuro 
che la ruota di scorta esclusa da ogni governo possibile.
Se invece si stesse intessendo una trama di alternativa
moderata, con un candidato premier stile Montezemolo e 
la partecipazione delle sinistre alla  coalizione, i 
“centristi” tutti insieme, con tutto il loro voto 
clientelare, correndo  con Pd e soci, non 
raggranellerebbero neppure un quattro per cento, 
mentre le astensioni di sinistra crescerebbero e il 
centrodestra vincerebbe ancora, e Fini, se sconfitto in 
questo schieramento, non avrebbe davvero più arte né parte.

Poiché il leader dei  neocentristi della Scrofa non è un 
imbecille, e soprattutto visto che i suoi fratelli sanno 
sicuramente consigliarlo, la spiegazione è per forza da 
cercarsi in una logica extra-parlamentare.
Fini conta sul putsch bianco e, intanto, non perde occasione 
per mostrarsi per quello che vuol essere: il continuatore 
dell'azionismo, l'erede di Spadolini e colui che possa 
ricoprire lo spazio lasciato vuoto dai radicali. Sono questi 
i suoi modelli, le sue vocazioni che, anche simbolicamente, 
lessicalmente e ideologicamente (laicismo sì, ma di evidente 
taglio massonico) rappresentano proprio  quegli spazi 
cerniera di potere delegato e servile cui l'ex presidente di 
An ambisce sfacciatamente.
Non perde quindi occasione non per cercare soluzioni 
strategiche ma per dare segnali della sua totale 
disponibilità a ricoprire il ruolo di ras africano, 
di rappresentante doc degli interessi dei poteri forti 
anti-italiani. Massima disponibilità, pur suicida, a far 
saltare le riforme populiste e a stringere i bulloni 
stranieri e clientelari sui polsi italici e le italiche 
caviglie. Ciò non ha una vera e propria prospettiva politica, 
in quanto la scelta fatta non contiene né dinamica, 
né spazio né luoghi concreti di sponda, ma i  signori che 
osservano Fini sapranno comunque ricompensarlo del sacrificio.

Per ora la partita se la sta giocando così e per quel che lo 
riguarda fa anche bene, ma i suoi soldatini, mossi e 
sacrificati come pedoni, offrono un'immagine alquanto 
imbarazzante e fanno anche un po' pena. 
Anche se qualcuno, tipo Barbareschi, sembra saperla lunga e 
avere le entrature giuste, forse per eredità paterna.
Comunque sia, una dozzina dei Fel-lones è  avviata a far 
carriera come lift del Palazzo.
Degli altri Fini dirà “chi se ne frega”. Del fascismo che 
incontrò casualmente un dì e su cui si è costruito una 
carriera lunga una vita, gli sarà rimasto impresso almeno il 
motto, anche se evidentemente lo ha inteso alla rovescia. 
D'altronde i segni inversi e le inversioni valoriali sembrano 
calzare come guanti al personaggio.

Io non scordo




IO NON SCORDO
Doveroso ricordo dell’Olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki

Parte con il doveroso ricordo dell'Olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki la campagna mediatica dell'Associazione l'Uomo Libero titolata "IO NON SCORDO".
Detta campagna è volta a ri-sensibilizzare l'opinione pubblica tutta e le istituzioni a non dimenticare importanti e tragici eventi della nostra Storia che, per ragioni di opportunismo, sono stati contorti e ridimensionati rispetto alla Verità dei fatti.
Non a caso si parte con le bombe atomiche sulle città giapponesi, in un momento in cui il timore di una nuova proliferazione nucleare disegna scenari inequivocabili di Male Assoluto.
La campagna proseguirà con il ricordo di eventi che saranno resi noti di volta in volta. •
 Arco, 5 agosto 2010


Il mattino del 6 agosto 1945, l'Aeronautica militare statunitense lanciò la boma atomica
"little boy" sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell'ordigno
“Fat man” su Nagazaki. Per la gravità dei danni diretti ed indiretti causati dagli ordigni,
e per il fatto che si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi, i due
attacchi atomici vengono considerati fra gli episodi bellici più significativi dell'intera storia
dell'umanità. La prima bomba atomica sganciata dagli Stati Uniti provocò 140 .000 morti a
Hiroshima, la seconda, a Nagasaki, altre 70 .000 vittime. La bomba atomica emise grandi
quantità di radiazioni che portarono gravi danni. Penetrando profondamente nel corpo
umano, queste danneggiavano cellule, alterarono il sangue, diminuirono la funzione di
generazione del sangue, danneggiarono i polmoni, fegato e altri organi. I danni da radiazioni
variavano considerabilmente a seconda della lontananza dall'ipocentro o dalla presenza
di alti corpi di riparo. Le radiazioni iniziali emesse entro il primo minuto furono letali
fino alla distanza di un chilometro. La maggior parte delle persone in quell'area morirono
in pochi giorni. Molti di coloro che sembravano rimasti indenni ebbero conseguenze di
vario genere e morirono pochi giorni o mesi dopo. L'esplosione lasciò radiazione residua
nel suolo per un lungo periodo. Di conseguenza, molti di coloro che entrarono in città
dopo l'esplosione alla ricerca di parenti o colleghi di lavoro, nonché coloro che arrivarono
per aiutare i superstiti, ebbero sintomi simili a quelli con esposizione diretta alle radiazioni,
molti di questi morirono. Sintomi da radiazioni, onda d'urto e calore apparivano inesorabilmente
subito dopo l'esplosione, questi comprendevano, oltre alle lesioni esterne,
vomito e perdita dell'appetito, insonnia, perdita dei capelli, vomito di sangue, sangue nelle urine, febbre, disordini mestruali, riduzione di
leucociti e eritrociti. Pochi minuti dopo si mise a piovere grosse gocce di pioggia contenevano fango e polvere tirata su durante l'esplosione
nonché fuliggine provocata dalle fiamme. La "pioggia nera" era inoltre piena di radioattività che causò la morte dei pesci nei fiumi. Gli effetti delle radiazioni andavano ben oltre ciò che poteva essere visto a occhio nudo subito dopo l'esplosione della bomba atomica. Conseguenze si susseguirono per decadi a venire e continuano a persistere ancora al giorno d'oggi.
Racconto ti un testimone oculare del bombardamenti di Hiroshima: «Ero nella mia stanza alle 8.15, quando improvvisamente vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Non appena aprii la porta che si affacciava sulla città, sentimmo un'esplosione formidabile simile al colpo di vento di un uragano. Allo stesso tempo porte, finestre e muri precipitarono su di noi in pezzi. Salimmo su una collina per avere una migliore vista. Da lì potemmo vedere una città in rovina: di fronte a noi c'era una Hiroshima decimata. Poiché ciò accadde mentre in tutte le cucine si stava preparando il primo pasto, le fiamme, a contatto con la corrente elettrica, entro due ore e mezza trasformarono la città intera in un'enorme vampa. Non dimenticherò mai la mia prima vista di quello che fu l'effetto della bomba atomica: un gruppo di giovani donne, di diciotto o venti anni, che si aggrappavano l'un l'altra mentre si trascinavano lungo la strada. Continuammo a cercare un qualche modo per entrare nella città, ma fu impossibile».
Shoji Sawada, professore di fisica all’Università di Nagoya: «Avevo tredici anni, quel giorno stavo male e dormivo nel letto di casa mia, che
stava a 1400 metri di distanza dal ground zero. La bomba era esplosa in aria, 600 metri sopra quel punto. Proprio perché non stavo fuori casa
non vidi il flash di luce né fui investito dall’ondata terribile di calore o dall’onda d’urto dell’esplosione. Successe tutto in un istante e quando
ripresi i sensi mi ritrovai seppellito sotto le macerie della mia casa. Lottai per liberarmi e ad alzarmi, mi resi conto che fuori era come notte: la
luce del sole era bloccata dall’aria marrone scuro, che poi divenne gialla, poi bianca e finalmente trasparente. (..) Subito dopo sentii mia madre
che mi chiamava da sotto le macerie. La sua voce mi arrivava appena e mi disse che aveva le gambe bloccate dalle travi crollate. Cercai di
liberarla con tutta la forza che avevo, ma era un’impresa più grande di me: non ce la facevo. (..) Le fiamme si stavano diffondendo ovunque e
quando dissi a mia madre che il fuoco stava arrivando, mi disse “Tu devi salvarti, devi studiare sodo e diventare una bella persona”. Il fuoco
era sempre più minaccioso, lei non poteva vederlo, ma mi disse. “Ora devi andartene! Non dimenticarmi mai. Vattene subito!” Scappai chiedendole
perdono. Quella fu l’ultima conversazione con mia madre. (..) Scappai verso il fiume, nuotai e poi mi misi seduto su un punto del
fiume in secca. Guardavo la città che bruciava: il pensiero di mia madre in mezzo alle fiamme mi spezzava il cuore e mi chiedevo in continuazione
se non potesse esserci un modo per salvarla. Ancora oggi ci penso e riprovo quello stato d’animo, quando penso a lei».

giovedì 5 agosto 2010

Depressione per teenager malati di Internet


Depressione per teenager malati di Internet
di Marianna Di Iorio

Depressione per teenager malati di Internet

mercoledì 4 agosto 2010
Secondo uno studio condotto in Cina, i teenager che passano troppo tempo davanti alla Rete rischiano di finire in depressione
Quanti di noi oggi possono affermare di non sentirsi persi senza Internet? Sicuramente in pochi. Non è certo cosa nuova che la Rete sia ormai diventata una costante nella vita di ognuno. Come non sono nuove le conseguenze che un uso eccessivo può provocare. Solitudine, pigrizia, mancanza di relazioni reali sono tra le più diffuse. Un nuovo studio condotto in Cina rivela che passare troppo tempo a navigare, soprattutto per i giovanissimi, può portare alla depressione.
L'indagine "Effect of Pathological Use of the Internet on Adolescent Mental Health", pubblicata lunedì scorso su Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine, è stata condotta da un team di esperti di patologie mentali. L'obiettivo era esaminare gli effetti che un uso patologico della Rete aveva sugli adolescenti cinesi. L'ipotesi di fondo era che questo uso determinava serie patologie mentali, tra cui ansia e depressione.
Il test, sottoposto agli adoloscenti tra i 13 e i 18 anni, ha rivelato che il rischio di cadere in depressione è maggiore in quei ragazzi che sentono di non poter resistere a lungo senza avere un dispositivo in grado di collegarsi ad Internet. In particolare, più del 6% dei ragazzi sottoposti al test ha dimostrato di farne un uso eccessivo.
Il risultato a cui sono giunti gli esperti è stato, dunque, che i giovani che non hanno mai manifestato alcuna patologia mentale potrebbero cadere in depressione nel caso in cui non riuscissero più a staccarsi dalla Rete. Nessuna relazione significativa è stata invece riscontrata tra l'uso patologico e l'ansia.

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