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Ultimissime del giorno da ADNKRONOS

venerdì 17 settembre 2010

Salviamo l'agricoltura italiana

NO ALL’ ENERGIA DA BIOMASSE.
SALVIAMO L’ AGRICOLTURA ITALIANA.


Lega della Terra e Forza Nuova denunciano la grande truffa ai danni dell’agricoltura italiana :
produrre energia con le biomasse, in particolar modo con le piante di mais.
Un conto è autorizzare piccoli impianti di biogas ad uso aziendale, per convertire i liquami zootecnici in energia, e rendere autosufficienti le aziende agricole, altro conto è autorizzare grandi impianti privati che usano il mais per produrre energia, specie in pianura padana, sottraendo terra e cereali agli usi zootecnici. Solo a Cremona quest’anno sono stati autorizzati 50 impianti, 32 a Brescia, 16 a Lodi. Questi impianti, ben finanziati dalle banche in base ai certificati verdi e di proprietà industriale, sfruttano le agevolazioni fiscali dell’agricoltura, ma di agricolo non hanno un bel niente, producendo infatti energia per fini industriali. Tali impianti hanno già innalzato considerevolmente il prezzo dei cereali e degli affitti delle terre, e stanno mettendo in ginocchio il comparto zootecnico, bovino e suino, già provato dai bassi prezzi  del latte e della carne.

Inoltre la scellerata pratica di usare biomasse per uso energetico, con coltivazioni in monocoltura intensiva, come il mais, vanno ad impoverire sempre più la struttura del terreno e le sue riserve in sostanza organica, per il fatto che non vengono rimpiazzati da reflui zootecnici ma solo da concimi chimici. Questa pratica ci porterà ben presto alla desertificazione dei nostri terreni, il tutto in nome del profitto e dei bisogni energetici dell’industria.

La coltivazione intensiva in monocoltura, che ci ha dato enormi rese ettaro ma la perdita dei gusti e dei sapori ,  già prevede l’uso di enormi quantità di veleni per il controllo dei parassiti e delle malerbe. Ora le multinazionali propongono l’uso degli Ogm che, pur essendo meno dannosi dei veleni , perseguono comunque sulla via di una agricoltura intensiva monoculturale, a danno della biodiversità, e della lotta biologica tradizionale, che prevedeva il controllo delle malerbe e dei parassiti con la rotazione di varie colture sullo stesso terreno. Pratica antica che prevedeva la salvaguardia della fertilità del terreno, con le sue migliaia di specie viventi, e logicamente il ritorno ad essa di sostanza organica che verrà poi trasformata dai batteri in humus.

Lega della Terra e Forza Nuova chiedono una politica nazionale a favore dell’agricoltura, della ruralità e della salvaguardia della tipicità delle nostre produzioni. Chiedono maggiore attenzioni verso il mondo agricolo, salvandolo dalle facili speculazioni e dal consumo di terra coltivabile.

                                                           Lega della Terra – mail : piemonte@legadellaterra.com
                                                          Compraitaliano   - mail  : compraitaliano.nord@gmail.com
                                                           F.N. Piemonte     -  www.forzanuova.org  

Nomadismo digitale


Nomadismo digitale, il trend Usa per il lavoro ora anche da noi
di Lorenzo Gennari

Nomadismo digitale, il trend Usa per il lavoro ora anche da noi

giovedì 16 settembre 2010
Uno stile di vita che si sta diffondendo grazie allo sviluppo di Internet e che permette di vivere e lavorare ovunque ci sia una connessione. Si chiama "Digital nomadism" e ora sta prendendo piede anche in Italia
Grazie alle opportunità offerte oggi dal web, giovani e meno giovani sono riusciti, negli Stati Uniti, a crearsi una propria attività, redditizia e indipendente, da svolgere ovunque nel mondo ci sia una connessione Internet.
Il nomadismo digitale, così è stato ribattezzato questo nuovo modo di impostare la vita e il lavoro, ha iniziato a prendere piede anche nel vecchio continente, passando dapprima per la Nuova Zelanda e arrivando fino alle grandi città italiane.
Il primo sito italiano dedicato a questo fenomeno è frutto dell'iniziativa di due amici di Roma, patiti per la tecnologia e delusi dai ritmi sempre uguali di una vita sedentaria davanti ad una scrivania. Attraverso una sola pagina web, che si chiama appunto "nomadi digitali", hanno gettato le basi per la creazione di una community che sia il punto di partenza per tutti quelli che vorrebbero fare lo stesso salto di qualità, ma non sanno da che parte iniziare.
Il nomadismo digitale permette, a chi abbraccia questa filosofia, di vivere in un luogo il tempo che si vuole, senza per forza mettere radici e di spostarsi quando si sente il bisogno di nuovi stimoli. «Si può basare il ritmo della propria vita sui veri bisogni e sulle proprie passioni - si legge nell'email di benvenuto nella community - questa è la vera grande opportunità che questo nuovo life style, fatto di mobilità e tecnologia, ci offre. Si può finalmente vivere viaggiando, lavorando dal web. Partendo da un'idea, da una passione, da una specifica capacità, ognuno può mettere in piedi il proprio business online ed essere finalmente libero di poter vivere in giro per il mondo».
Ma chi sono oggi i "nomadi digitali"? Per lo più blogger, fotografi, grafici, web designer, analisti, scrittori e reporter freelance. I luoghi di lavoro sono i bar, gli aeroporti, le spiagge, ma anche alberghi, case di amici e parenti o abitazioni in affitto. Su Facebook e su LinkedIn è possibile chiedere dei consigli direttamente a chi ha già intrapreso questo tipo di vita. Suworksnug.com è possible trovare i posti nel mondo in cui lavorare meglio in mobilità. Non mancano le singole storie raccontate su YouTube (http://www.youtube.com/dignomads) da chi è già diventato un punto di riferimento per tutti.
Negli Stati Uniti molti nomadi digitali sono diventati dei seguitissimi opinion maker e guru della comunicazione e dalla loro pagina di Twitter dettano legge nel campo del marketing, del social networking e delle strategie aziendali. Secondo uno di loro (Steve Rubel, dirigente della Edelman): «Se non si consentirà ai propri dipendenti di diventare nomadi, loro lo faranno lo stesso e a quel punto diventeranno tuoi concorrenti».

Tutte le novità di Internet Explorer 9

Tutte le novità di Internet Explorer 9

Arriva OneBox, che unisce barra degli indirizzi e ricerca. E adesso i siti si agganciano alla taskbar di Windows 7.
Internet Explorer 9 OneBox taskbar Windows 7
[ZEUS News - www.zeusnews.com - 16-09-2010]
Era atteso da tempoe ieri Microsoft ha finalmente reso disponibile la prima beta di Internet Explorer 9.
I primi test sulla beta pubblica di Internet Explorer 9 mostranoun prodotto stabile e veloce anche se, non trattandosi di una versione finale, qualche bug è inevitabile: la volontà di Microsoft di recuperare il terreno perduto nei confronti degli avversari, e di superarli, è ben evidente.
Internet Explorer 9 si appoggia a tutte risorse hardware del computer, sfruttando anche l'accelerazione della scheda grafica per migliorare le prestazioni e, grazie al rinnovato motore JavaScript Chakra, non sfigura nei confronti.
Tra le nuove caratteristiche di questa versione dobbiamo segnalare anche l'integrazione con Windows 7, che si concretizza nella possibilità di "agganciare" i siti Web alla barra dei task affinché siano raggiungibili più rapidamente, mentre il Performance Advisor segnala all'utente l'eventuale presenza di un componente aggiuntivo che rallenta il browser.
Infine la barra degli indirizzi - come già hanno mostrato Firefox e soci - è diventata anche una barra di ricerca con il nome di OneBox.
Internet Explorer 9 beta si può scaricare dal sito creato appositamente da Microsoft, dove ci si può anche iscrivere all'evento di presentazionefissato per il prossimo 21 ottobre, da seguire in streaming.
Da tutte queste novità restano esclusi gli utenti di Windows XP: l'ultima versione di Internet Explorer per l'anziano sistema operativo è l'ottava.

giovedì 16 settembre 2010

Usurocrazia e sovranità monetaria

Usurocrazia e sovranità monetaria
di Pino Biamonte - 15/09/2010

Fonte: Rinascita [scheda fonte] 




Per li occhi fora scoppiava lor duolo;/ di qua, di là soccorrien con le mani/ quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:/ non altrimenti fan di state i cani/ or col ceffo or col piè, quando son morsi/ o da pulci o da mosche o da tafani. Con questi versi di terrificante realismo e forte impatto emotivo Dante descrive la condizione degli usurai nel III girone del VII cerchio dell’Inferno. Sfruttatori del lavoro altrui, avidi di denaro e di potere, se ne stanno - moltitudine indistinta e belluina - muti, racchiusi nel loro dolore espresso attraverso le lacrime che sgorgano dagli occhi. Come i cani d’estate dimenano il muso e le zampe quando sono tormentati dalle pulci, dalle mosche e dai tafani, così anch’essi agitano convulsamente le mani per pararsi dalle fiamme e dalla sabbia ardente. Un’impietosa condanna dell’usura, dunque (la legislazione ecclesiastica del tempo paragonava l’usura all’eresia e condannava al rogo chi si macchiava di tale colpa), oggi più che mai d’attualità in un mondo globalizzato che vede il trionfo della finanza apolide usuraria e del grande capitale a scapito del lavoro dei popoli e della solidarietà sociale. Già Aristotele affermava che “il denaro non può procurare altro denaro” e tale enunciato lo troviamo poi sviluppato nel tomismo di età medievale. Il denaro veniva infatti considerato sterile in quanto non poteva generare frutti alla stregua degli esseri viventi o delle piante. Ma cos’è esattamente l’usura? È il denaro ricavato dal mero utilizzo del denaro. Ed Ezra Pound, da annoverare tra i grandi uomini del ‘900, bollava impietosamente taluni governi di servilismo e di sottomissione al signoraggio sulla moneta esercitato dal sistema bancario privato e dalle banche centrali da questo controllate. Una ragnatela speculativa dove l’esclusivo interesse privato strangola la sovranità politica e monetaria degli stati nazionali e l’autodeterminazione dei popoli. 

Tale sistema perverso nasce in Inghilterra ad opera dello scozzese William Paterson, mercante, avventuriero e banchiere. Il 27 luglio 1694 Paterson ottiene dal sovrano protestante Guglielmo III d’Orange (al potere dal 1689 come re d’Inghilterra, Irlanda e Scozia dopo la deposizione di suo zio Giacomo II, cattolico. Ancora oggi l’oppressione “orangista”, incentivata e protetta da Londra, contro i cattolici repubblicani d’Irlanda è oggetto di funesta cronaca quotidiana) l’autorizzazione ad operare come banchiere ufficiale del regno. Fonderà la Banca d’Inghilterra, prima banca di emissione privata, che godrà così del privilegio di emettere moneta da prestare ad usura allo Stato (il primo prestito al governo inglese ammonterà a 1.200.000 sterline). Nella sua memorabile sentenza: “La banca trae beneficio dall’interesse che pretende su tutta la moneta che crea dal nulla” vi è racchiuso il nucleo ideologico del significato di signoraggio sulla moneta. È, quindi, a partire da tale data che i governi perderanno la loro sovranità economica e il potere di emettere moneta sarà delegato ad una banca privata. Non faranno ovviamente eccezione gli Usa, che nonostante l’indipendenza dalla madrepatria proclamata con la famosa dichiarazione del 4 luglio 1776, saranno sempre soggetti all’usurocrazia monetaria della Federal Reserve, divenendo ben presto il braccio armato del liberismo mondialista. Con due eccezioni, però, anche se di breve durata per la tragica sorte toccata a chi osò andare controcorrente: Abraham Lincoln e John Fitzgerald Kennedy. Tuttavia, ad onor del vero, già Thomas Jefferson, al tempo in cui ricopriva la carica di segretario di Stato durante la presidenza di George Washington, si era fermamente opposto al progetto di fondazione di una banca centrale privata (la First Bank of the United States) caldeggiato dall’allora ministro del Tesoro Alexander Hamilton. Personaggio ambiguo e contraddittorio (in origine sosteneva esattamente l’opposto, e cioè che la cosa pubblica non potesse essere delegata ad una banca privata poiché questa tutelava esclusivamente i propri interessi), l’Hamilton fu accusato di essere strumento dei banchieri internazionali, probabilmente in combutta con i Rothschild, che proprio in quel periodo, per bocca del fondatore della dinastia, l’ebreo askenazita Mayer Amschel, memore forse della succitata celebre frase del suo predecessore scozzese, aveva sentenziato: “Lasciate che io emetta e controlli il denaro di una nazione e non mi interesserò di chi ne formula le leggi”. Come siano andate poi le cose per il XVI e XXXV presidente Usa è cosa tristemente risaputa. Lincoln sosteneva che il privilegio dell’emissione della moneta dovesse essere prerogativa esclusiva del governo e che il denaro da padrone sarebbe dovuto diventare servitore dell’umanità. L’applicazione pratica di tali principi portò all’emissione di banconote non gravate dagli interessi da corrispondere ai banchieri privati. Il 15 aprile 1865 Lincoln veniva assassinato in un palco del teatro di Washington. Stessa sorte, cento anni dopo, toccava a Kennedy, il quale, cinque mesi prima del suo assassinio, aveva firmato l’ordine esecutivo n. 11110 con il quale il governo aveva il potere di battere moneta dietro copertura argentea. Anche in questo caso lo Stato non pagava più gli interessi alla banca di emissione privata. Un duro colpo al signoraggio bancario che si infranse il 22 novembre 1963. Da allora nessun altro presidente Usa si è più arrischiato a sfidare i Signori del denaro. 

Un salto all’indietro, necessario per comprendere anche taluni oscuri risvolti dell’immane II conflitto mondiale, troppo spesso sottaciuti dalla cosiddetta storiografia ufficiale, ci porta ai cosiddetti accordi di Bretton Woods del luglio 1944, sottoscritti dai rappresentanti delle Nazioni scese in campo contro le potenze dell’Asse (per inciso Italia e Germania, “stati canaglia” ante litteram se si dovesse prestar fede all’attuale way of thinking mondialista, avevano ricondotto sotto l’egida pubblica l’emissione della moneta). Per volontà statunitense fu imposto il dollaro come valuta ufficiale per i pagamenti internazionali e moneta di riserva delle Banche centrali, modificando radicalmente il piano originario che prevedeva l’istituzione di una propria unità monetaria, il bancor, che avrebbe soppiantato nel tempo l’oro come strumento finanziario internazionale. Nacquero anche la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, organismi economico-finanziari oggi più che mai tristemente alla ribalta per i loro diktat insindacabili di draconiane politiche liberiste lacrime e sangue che ogni singola Nazione è tenuta ad applicare al suo interno (emblematici sono i casi della Grecia e dell’Irlanda, mentre attualmente è finita nel mirino degli usurai internazionali anche l’Ungheria, rea di non aver provveduto a falcidiare lo stato sociale secondo i desiderata dei poteri forti). 

I Signori del denaro e della finanza apolide, fedeli all’insegnamento di Nathan Rothschild: “Compra quando il sangue scorre per le strade, e vendi al suono delle trombe”, hanno poi perfezionato i loro meccanismi di assoggettamento della res publica (politica, economica, sociale) agli interessi esclusivi di un pugno di uomini votati al governo del mondo. 
Così gli accordi di Bretton Woods del luglio 1944 hanno segnato l’incipit di un rinnovato e attualizzato sistema di controllo da parte delle trionfanti forze della finanza mondialista sull’economia reale delle singole nazioni attraverso l’imposizione del dollaro come moneta internazionale e come riserva valutaria di tutte le banche centrali. 

A tali istituti privati (attenzione, non istituzioni pubbliche come talvolta si tende furbescamente e servilmente a qualificarli), tutti al servizio delle principali banche d’affari internazionali (non fa ovviamente eccezione la nostra Banca d’Italia, banca privata a tutti gli effetti in quanto proprietà delle maggiori banche nazionali e straniere sue azioniste), fa capo il signoraggio sulla moneta, vale a dire il diritto di battere moneta per conto dello Stato, al quale sarà poi prestata dietro pagamento di un interesse. Da tale “cilindro magico” scaturisce il cosiddetto debito pubblico; in altre parole il conquibus che ogni cittadino-lavoratore-suddito deve pagare alla banca centrale del proprio paese per utilizzare la moneta coniata dai banchieri privati (assieme all’altro artificioso parametro conosciuto come PIL si riesce in tal modo ad influenzare e ingabbiare l’intera economia mondiale). 

Orbene, dopo le summenzionate “intese” stipulate nella cittadina nordamericana del New Hampshire, nuova tappa cruciale per l’assoluto e incontrastato dominio della finanza apolide sulle economie nazionali sarà la fine del conio tradizionale della moneta e l’inizio del monetarismo virtuale. Il 15 agosto 1971, infatti, Richard Nixon, XXXVII presidente degli Stati Uniti d’America, non potendo più sostenere il peso della convertibilità dollaro-oro sancita a Bretton Woods abolisce tale meccanismo. Una mossa probabilmente dettata dalla richiesta della Francia (governo De Gaulle 1958-1969) agli Usa di convertire senza indugio in oro le montagne di dollari accumulate nei propri forzieri e dal ritiro dei propri depositi in dollari dalle stesse banche nordamericane. In concreto una scelta coraggiosa per riappropriarsi della propria sovranità politica, economica, culturale e militare (uscita della Francia dalla Nato, fine della guerra coloniale in Algeria e relazioni fattive con i paesi dell’est) che sarebbe costata molto cara all’indomito combattente di Lille. L’obiettivo degli “yankee” era ora impedire ad ogni costo che le altre Nazioni-colonia europee ed extra europee seguissero l’esempio francese. 

Se ciò fosse accaduto avremmo assistito al crac dell’intero sistema bancario statunitense. Così, fedele al motto “muoia Sansone con tutti i Filistei” o, se preferite, al perverso adagio del “tanto peggio tanto meglio”, la manovra statunitense dell’abolizione della convertibilità oro-dollaro innescò una perniciosa depressione economica a livello mondiale, che ebbe il suo culmine nel biennio 1973-1975 e che richiamò alla mente la grande crisi degli anni trenta, che gli Usa cercarono di superare attraverso il massiccio ricorso all’industria bellica. 

Grazie alla trappola di Pearl Harbour tesa ai giapponesi, il presidente Roosevelt riuscì ad ingannare lo stesso popolo americano e a fargli digerire, con “democratica” impudenza, l’entrata Usa nell’immane conflitto, che, a parole, aveva ipocritamente aborrito nel suo programma elettorale (“non una goccia di sangue di giovani americani sarebbe stata versata nel conflitto in corso in Europa e nel mondo”). 
Vano fu anche il tentativo di Ezra Pound, dall’aprile al luglio del 1939, di dissuadere Roosevelt dal gettare l’America nella guerra mondiale. 
La caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’impero sovietico, al di là della retorica fuorviante e dei falsi propositi di libertà e di giustizia sociale per i popoli d’Europa, hanno al contrario determinato il trionfo indiscusso della cupola plutocratica liberista, che sta ora portando a termine il suo disegno di dominio incontrastato sull’economia mondiale, grazie anche alla totale genuflessione e sottomissione della classe politica (di centro, di destra e di sinistra) agli interessi delle forze dominanti. Si è così profeticamente avverata l’arguta sentenza dello stesso Pound: “I politici sono camerieri dei banchieri”. 

In nome del Dio Mercato e del profitto estremo si stanno smantellando tutte le conquiste sociali del secolo passato: dal posto di lavoro stabile e duraturo al diritto di sciopero, dalla salvaguardia del potere d’acquisto per stipendi e pensioni allo stravolgimento del sistema previdenziale e sanitario; dall’attacco sistematico e concentrico alla contrattazione nazionale (Fiat docet!) all’imposizione di contratti individuali; dalla “riforma” delle retribuzioni, sempre più relegate nella spirale perversa della produttività senza limiti alla contrazione dei diritti personali e sindacali; dalla criminale restrizione del credito (vedi Basilea 2) alle piccole e medie imprese, all’artigianato e al commercio, con conseguente aumento della disoccupazione, al sempre più massiccio ricorso al lavoro sottopagato o in nero. Le banche non sono certamente estranee a tale logica. Da alcuni anni lo stanno pesantemente sperimentando sulla propria pelle i lavoratori del credito: scorpori, cessioni di rami d’azienda, accorpamenti, fusioni, delocalizzazioni e banconi vari sono oggi il pane quotidiano che i grandi gruppi bancari, divenuti vere e proprie multinazionali, distribuiscono ai propri dipendenti e alla collettività tutta. 

È forse lo stesso mercato, come ha denunciato a ragione Claudio Tedeschi dalle colonne de Il Borghese dello scorso giugno, “(…) controllato e gestito dalla finanza internazionale e dai grandi gruppi bancari che hanno portato le borse al tracollo? Lo stesso mercato che è servito alle grandi banche d’investimento (Goldmann Sachs, una per tutte) per mentire, speculare, raccogliere denaro buono e vendere titoli “taroccati” ed i cui dirigenti percepivano stipendi annuali nell’ordine di milioni di dollari, mentre i cittadini truffati perdevano il lavoro e la casa, travolti dallo scandalo dei mutui sub prime? No non intendiamo morire in nome del libero mercato”. 
Sì, ribadiamo noi, si tratta della stessa logica del “Libero Mercato über alles” che, soprattutto a partire dall’ultimo quinquennio, sta inesorabilmente trascinando nel baratro anche il mondo del lavoro e della produzione italiani. E se da un lato concordiamo pienamente con la soluzione prospettata dall’articolista riguardo alla nazionalizzazione della BCE e alla creazione di una Banca centrale europea che sia emanazione dei singoli governi per abbattere finalmente il signoraggio sulla moneta, facendo così crollare non solo il costo del denaro ma anche i deficit dei singoli Stati membri, dall’altro noi prospettiamo un ulteriore affondo attraverso la socializzazione delle principali risorse strategiche e produttive delle Nazioni. Solo in questo modo si potrà ristabilire nel Lavoro (colla elle maiuscola) il valore fondante dell’uomo, sulla scia dell’esperienza, breve ma pregnante, della parentesi socializzatrice che l’Italia della RSI sperimentò negli ultimi mesi della guerra: la socializzazione della Fiat (alla faccia dell’odierno “manager” in pullover!), dell’Ansaldo, della Dalmine, della siderurgia, dei tabacchifici e di tutte le maggiori aziende italiane. Un esempio coraggioso di alta socialità che volle riconoscere nel lavoro e nei lavoratori il nucleo fondante dello Stato e della collettività. 

È tempo che i popoli prendano finalmente coscienza che non si può morire né per Maastricht né per le mene dei banksters. Due secoli fa Honoré de Balzac, nel suo famoso romanzo Grandeur et décadence de César Birotteau del 1837, affermava: “Non è scandaloso che alcuni banchieri siano finiti in prigione; scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà”. 

Storia del novecento di settembre



DA GIOVEDI 23 SETTEMBRE IN EDICOLA
IL NUOVO NUMERO DI
 
Storia del novecento
 
Nel numero di settembre:
LA P.A.I., STORIA DELLA POLIZIA AFRICA ITALIANA  di Daniele Lembo
 
LA BUGIA CHE FECE SCOPPIARE LA GUERRA ISPANO-AMERICANA DEL 1898: “Gli Spagnoli hanno fatto saltare l’incrociatore Maine nel porto dell’Avana!”di Giovanni Marizza
 

L'’INNO DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA: LA VERA STORIA di Angelo Abis

 
“OPERAZIONE “COLOSSUS”- L'’assalto all’'acquedotto Pugliese di Daniele Lembo
 
STRATEGIA DELLA TENSIONE ANTI ITALIANA IN VENEZIA GIULIA 1920-1930 di Vincenzo Maria de Luca
 
I REPARTI DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA SUL FRONTE DI ANZIO NETTUNO di Marco Bozzato
 
IL CA 331 “RAFFICA” di Daniele Lembo
 
LA BEFFA DEL PIROSCAFO UMBRIA - Pirateria inglese alla vigilia del 10 giugno 1940 di Orazio Ferrara
 
 
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un numero euro 7,5 – abbonamento a dodici numeri euro 75
 
Per contatti: ponzio.olona@tin.it

mercoledì 15 settembre 2010

Internet Explorer 9 ai nastri di partenza

Internet Explorer 9 ai nastri di partenza

Velocità, supporto agli standard più recenti e accelerazione grafica completa sono i punti di forza di IE 9.
[ZEUS News - www.zeusnews.com - 15-09-2010]
Internet Explorer 9 prima beta pubblica Chakra
Oggi è il giorno della "prima" di Internet Explorer 9: a quattro mesi dal rilascio della seconda Platform Preview, Microsoft renderà pubblica la prima beta della nuova versione.
La disponibilità di una beta pubblica comporta la possibilità per chiunque di provare una versione "quasi finita" dell'ultimo browser di Microsoft e di toccare con mano le novità, che dovrebbero consentirgli di riguadagnare il terreno perso soprattutto a vantaggio di Firefox e Chrome.
L'interfaccia è stata ridisegnata e allineata alla moda "minimalistica"che sta colpendo un po' tutti i browser, ma ancora più interessanti sono le migliorie apportata "sotto al cofano".


Clicca per ingrandire
Si parte dalla possibilità di sfruttare l'accelerazione della GPU per il rendering delle pagine e si arriva a un sempre migliore supporto degli standard, compresi i recenti HTML 5 e CSS 3, passando attraverso un rinnovato motore JavaScript - denominato Chakra - che promette maggiore velocità e interoperabilità con i servizi che lo sfrutteranno.
Per quanto riguarda l'accelerazione grafica, Microsoft tiene in particolare a sottolineare che si tratta di un'accelerazione "completa che, rispetto a quella parziale dei browser concorrenti, porterà alla macchina importanti risultati soprattutto per quanto riguarda la parte dell'HTML5".
Per il lancio, Microsoft ha organizzato un evento che si terrà questa sera a Londa - alle 19.30 secondo l'ora italiana - e vedrà la partecipazione della band dei Gorillaz.

Ministro Maroni non ci prenda per i fondelli


Il serafico Ministro degli Interni Maroni, sulla vicenda dell'attacco della motovedetta libica al peschereccio italiano, da un paio di giorni sta dichiarando urbi et orbi che i libici si sono scusati.
Non ce ne voglia il Ministro, ma vorremmo sapere "chi" ha fatto le scuse e "quali" sono le parole scritte o dette nell'eventuale nota di scuse.
In assenza di queste doverose precisazioni, abbiamo tutte le ragioni di pensare che i libici non si sono affatto scusati e che magari abbiano invece ribadito le loro solite sparate antitaliane.
Ora dato che alla Libia dobbiamo dare 5 miliardi di rimborso per i danni dell'occupazione italiana (sic!), oltre al grazioso dono di 6 motovedette come quella che ha attaccato il nostro peschereccio e che paghiamo anche gli "istruttori" della nostra Guardia di Finanza a bordo delle stesse motovedette, abbiamo il più che legittimo diritto di sapere come stanno realmente le cose.
In caso contrario dobbiamo ritenere che il Ministro Maroni sta semplicemente parandosi il di dietro e parando quello del governo italiano.
Noi cittadini del Nord abbiamo la testa dura, e non siamo padani, ma italiani e non amiamo essere presi per i fondelli.
 
Adriano Rebecchi
Ufficio Politico del MNP 

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