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mercoledì 4 aprile 2012

Pubblica Amministrazione online: gli italiani non si fidano

Pubblica Amministrazione online: gli italiani non si fidano

Comunicare con la PA in modalità telematica è sempre più facile, ma cosa ne pensano i cittadini e le imprese? Ecco i dati Istat - Ddi.

di Teresa Barone

martedì 3 aprile 2012

 

Dialogare con la Pubblica Amministrazione non piace agli italiani, o meglio, solo il 14% dei consumatori ha utilizzato i servizi offerti dal Web per comunicare con gli enti pubblici. Ad affermarlo è un’indagine condotta dall'Istat in collaborazione con il Dipartimento per la digitalizzazione e innovazione tecnologica (Ddi) nel 2011, che ha verificato in che modo gli utenti utilizzino le risorse di e-government in continua crescita.

I dati si riferiscono sia alle imprese sia ai cittadini privati, ancora abbastanza restii a comunicare con la Pubblica Amministrazione attraverso Internet: per il 34% degli utenti, infatti, è molto difficile rapportarsi con il mondo virtuale e la preferenza è ancora rivolta alle persone fisiche.

Ci sono tuttavia alcune differenze a livello regionale, tanto che è il Nord Italia a essere maggiormente popolato da internauti disposti a relazionarsi con la PA in modo telematico, accettando di buon grado tutte le innovazioni introdotte progressivamente per semplificare le pratiche amministrative. Il Sud e le isole, invece, sono caratterizzati da percentuali di navigazione decisamente più basse.

Va meglio per quanto riguarda le imprese, infatti il 58% delle aziende di mercato e il 49% dei commercianti al dettaglio ha ammesso di utilizzare i canali online per sbrigare pratiche e certificazioni. I servizi più usati sono i certificati medici e la posta elettronica certificata (Pec), mentre sembra che molti utenti continuino a non usufruire della fatturazione elettronica.

Da: http://www.pubblicaamministrazione.net/

martedì 3 aprile 2012

Torino inaugura la prima cabina intelligente


Un vero hub tecnologico dotato di Wi-Fi, accesso ai servizi utili, colonnine per la ricarica e un sistema di videosorveglianza.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - 02-04-2012]

telecom_cabina_intelligente

Alla presenza del sindaco, Piero Fassino, Torino ha inaugurato la prima cabina telefonica "intelligente" secondo il progetto presentato nello scorso gennaio.

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lunedì 2 aprile 2012

Addio a “Ginetto”, ultimo reduce di El Alamein

Antonio Pannullo 

El_Alamein

È morto a Fivizzano, all’età di 95 anni, uno degli ultimi superstiti della gloriosa battaglia di El Alamein combattuta nel Nord Africa nell’ottobre-novembre 1942 dai paracadutisti della Folgore contro le preponderanti e meglio equipaggiate truppe inglesi. Guglielmo Mariotti, detto da tutti “Ginetto”, tenente colonnello in congedo, fece parte dei Guastatori della Folgore, utilizzati per quella battaglia come truppa di fanteria nel deserto. Il suo gruppo, il “Ruspoli”, venne completamente annientato dagli inglesi. Lui riuscì a scappare e a nascondersi nel deserto per qualche giorno, ma fu poi trovato dagli inglesi, catturato e fatto prigioniero. Riuscì a tornare in Italia soltanto nel 1946. Mariotti, personaggio eclettico, persona perbene, benvoluta da tutti a destra e a sinistra, ha un primato singolare e storico: fu il primo sindaco del Msi in Italia, essendo stato eletto a Mulazzo, dal 1952 al 1962. Un caso unico per quei tempi, perdipiù in una Lunigiana ancora oggi quasi completamente “rossa”.
Dopo il capitolo politico della sua vita, Mariotti si dedicò alla sua professione di insegnante, svolta fino all’età della pensione nelle aule dell’istituto Pacinotti nella vicina Pontremoli. Si sposò con la fivizzanese Maria Clorinda Ghinoi, detta Marinda, da cui nacque l’unica figlia, Giuliana, oggi noto avvocato. Il sindaco di Mulazzo, Sandro Donati, di tendenza politica opposta, ricorda quando, studente del professionale di Pontremoli, aveva tra gli insegnanti anche quel vulcanico “Ginetto” che, tra l’altro, è stato tra i fondatori del Premio Bancarella, la cui prima edizione avvenne nel 1952 a Mulazzo. La morte di Guglielmo Mariotti, avvenuta nella serata di martedì all’ospedale Sant’Antonio Abate, ha destato grande cordoglio in tutto il Fivizzanese dove “Ginetto” era conosciutissimo. Molti hanno appreso della sua morte leggendo le commosse parole di Ignazio La Russa ieri su twitter: «Onore all’ultimo reduce degli eroi di El Alamein».
I solenni funerali di Guglielmo Mariotti si sono svolti a Fivizzano, alla presenza di tantissime persone: «Era una persona speciale – dice la figlia – ma non per me, per tutti». E deve essere stato proprio così, perché da sindaco si muoveva a proprie spese, sia per andare a Roma dove aveva una rete di conoscenze legate alla guerra, sia per la regione e per i suoi incarichi istituzionali. Una persona da cui oggi i nostri politici dovrebbero prendere esempio. Da primo cittadino fece numerose opere pubbliche, tra cui l’acquedotto tutt’oggi in servizio. E della guerra che ricordo aveva? «Lui ha fatto veramente la guerra – ricorda ancora Giuliana – benché fosse orfano di padre e di madre della Grande Guerra, e quindi avrebbe potuto rifiutarsi di partire, tuttavia scelse di arruolarsi, volontario, e scelse i paracadutisti, per fare le cose sul serio. Lo faceva per la patria, per il suo ideale. Mi disse – ricorda ancora Giuliana – che aveva visto più volte la morte in faccia. Della prigionia, in Egitto, ne riportò indietro una speciale antipatia per gli inglesi... Ma la cosa che ricordava con maggiore amarezza era il fatto che quando tornò, reduce della guerra, al suo paese, era solo e abbandonato, senza un affetto, senza nessuno... Un ritorno amaro. Successivamente si laureò e si decidò alla sua grande passione, l’insegnamento».
Mariotti insegnava lettere ei suoi ex alunni, centinaia, lo ricordavano con affetto e stima anche negli anni successivi al diploma. È bello concludere questo ricordo con il messaggio postato da Fabio Rampelli su Facebook: «La sabbia del deserto lo ha accompagnato in cielo. Onore e gloria eterna a Guglielmo Mariotti, ultimo sopravvissuto della battaglia di El Alamein. L’Italia intera chini la testa e si metta la mano sul cuore».

domenica 1 aprile 2012

«La strage è immorale»

Freda, l’anima nera senza condanna

Gli anni di Padova: «Io, bersaglio delle Br». L’editore veneto assolto per la bomba. Per la Cassazione furono lui e Ventura i responsabili

Franco Freda (archivio)

Franco Freda

PADOVA - «La strage di piazza Fontana è immorale». Nulla di strano, se non fosse che a condannare uno dei più sanguinosi attentati della Storia italiana è il padovano Franco Freda. Sempre uscito pulito dai processi che lo accusavano di esserne tra gli artefici, nel 2005 la Cassazione ha sentenziato che la strage fu organizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo (…) capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura». Un giudizio che vale solo come condanna morale, visto che i due imputati erano già stati assolti irrevocabilmente dalla corte d’appello di Bari. Oggi, a 71 anni (quattordici dei quali trascorsi in carcere) è, a suo modo, un superstite: l’amico Ventura è morto nel 2010. Nel giorno in cui esce nelle sale cinematografiche il film Romanzo di una strage, che racconta della bomba fatta esplodere il 12 dicembre 1969 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, in pieno centro a Milano, uccidendo 17 persone, dopo anni di silenzio Freda accetta di rispondere via e-mail alle domande del Corriere del Veneto. Lo fa con il suo solito modo, attraverso citazioni e messaggi a volte enigmatici e a volte fin tropo chiari.
In molti si chiedono se sia opportuno realizzare un film su un evento tanto importante, ma ancora poco chiaro. Qual è la sua opinione? «Sono tanto d’accordo che abbandono il rango dei pochissimi e mi metto tra questi molti. Sperando che diventino moltissimi quelli che non si accontentano della contraffazione ma vogliano la chiarezza, la verità vera».
Andrà a vedere il film? «Penso proprio di no. In questi giorni devo contemplare le bozze della nostra edizione dell’Al di là del bene e del male di Nietzsche».
Se l’aspettava di finire in un film che verrà presentato anche a Cannes? «Addirittura a Cannes? Com’era la filastrocca che ci cantavano da piccoli per convincerci a mangiare? Ah, sì: "Boca a me, boca a te, boca al Can" Però finiva sempre con te che spalancavi la bocca e facevi: "Aaaam!"…».
A interpretarla è l’attore Giorgio Marchesi… «Non lo conosco. Né lui ha cercato mai di conoscermi, se non attraverso certi miei scritti. D’altronde, questo film è nemico dell’onestà e del realismo, e non potrebbe essere altrimenti. Sennò avrebbe dovuto limitarsi a un’unica scena: l’inquadratura del cratere sul pavimento della banca dell’Agricoltura, con lento e sempre più profondo zoom. Quello è l’unico fatto certo».
Il film si sofferma sulla «pista veneta» che, stando alla Cassazione, conduce a lei… «Lei parla della corte di Cassazione, sedicente suprema? Io conosco, anzi, sono obbligato a conoscere una sola sentenza che ha escluso la mia responsabilità penale per piazza Fontana. L’altra non esiste. Non è ammissibile, sotto il profilo etico e giuridico, che esista».
Reputa credibile l’ipotesi che la strage sia stata progettata in Veneto? «In Veneto, la terra del Santo? No, assolutamente no. Anche se, ripensandoci, il Veneto è stato pure la terra del sangue, nel 1945, la terra della stragi fatte dai partigiani contro i fascisti: di Oderzo, di Schio, di Codevigo, dove c’era il Brenta rosso di sangue, del Bus de la Lum, la foiba in cui vennero gettati centinaia di civili, insieme ai soldati fascisti e nazisti. E a Padova c’è stato non solo il Santo, ma pure il tiranno Ezzelino. Io avevo una libreria intitolata a Ezzelino, che è stata bruciata nel ’75 da un commando delle Brigate Rosse. C’era dentro anche un bambino di pochi mesi, che si è salvato per miracolo perché avevamo un’uscita segreta sul retro. Ma questo, chi ha buttato la molotov e chiuso la serranda, non lo poteva sapere».
Chi c’è, secondo lei, dietro alla strage? «Non si sa chi c’è "nella" e lei chiede chi c’è "dietro". Cosa significa dietro? È possibile che sempre ci sia qualcosa dietro? Vede: credo che i sospetti non siano altro che proiezioni delle inclinazioni di chi sospetta. Chi è cavernoso dentro vedrà e vorrà sempre il male, il torbido, rinunciando a ogni rappresentazione limpida, e pure all'onestà quando è di intralcio».
Ha avuto un ruolo per quanto accaduto in piazza Fontana? «Io non ho mai conosciuto ruoli: solo ranghi. Il mio rango nella resistenza, per esempio. Non sono pochi quattordici anni nelle "mude" statali, in clausura».
Con le sue risposte, ha sempre dato l’impressione di saperne molto più di quanto sia disposto a rivelare… «A dire il vero ho sempre tentato di dissimulare l’oppressione che le domande inquisitorie esercitavano su di me. È come se certi interrogativi che mi vengono rivolti presupponessero di incontrare un’altra persona, diversa da me. Trame, complotti, servizi deviati. Mah. La realtà, l’unica verità della mia vita, è un’altra: l’amore della Solidea. Solidea era un nome che agli inizi del Novecento davano gli anarchici alle loro figlie e voleva significare la devozione alla loro sola idea: l’anarchia. Questo amore per la mia Solidea, una chimera che ha testa di Platone e corpo di Nietzsche, l’ho coltivato sempre: facendo da quasi cinquant’anni l’editore e, certo, anche pensando, negli anni ’60, alla cerca di uomini per la rivoluzione».
Con il passare degli anni, è cambiato il suo giudizio sulla democrazia? «Sì. In peggio. Questo è uno stato in disfacimento, smegmatico, ammalorato. Ma il problema non è tanto la democrazia come istituzione: è la democrazia come ideale. Oggi democrazia è un odio di basso conio organizzato dalla tecnologia. Democrazia è la strage delle idee perché trionfino le opinioni, il "secondo me". Democrazia è fare in modo che tutto esista solo in funzione del mercato. Democrazia è uccidere santamente per il petrolio. Democrazia è vincere perché si comprano, o si stordiscono di propaganda, che è lo stesso, gli arbitri della partita elettorale. Democrazia è farsi imbavagliare dai tabù e riempirsi di nevrosi. Democrazia - dice Nicolàs Gòmez Dàvila, un grande pensatore reazionario - "è essenzialmente dare del tu a Platone e a Goethe". Come minimo, un’insolenza».
Per sovvertire la democrazia, ci sono limiti che non vanno superati? «No, pur di abbattere la democrazia, nessun limite. È la democrazia stessa il limite. Nel secolo scorso le hanno fatto la guerra sia i compagni che i camerati, col feudalesimo castrense dei regimi fascisti e comunisti. Auspico che questo sia il secolo di un nuovo feudalesimo».
Qual è il suo giudizio morale sulla strage di piazza Fontana? «Non c’è spazio per giudizi soggettivi. Una strage è immorale. Certamente».

Andrea Priante
31 marzo 2012

venerdì 30 marzo 2012

Jeff Bezos e il recupero dei motori dell'Apollo 11

Il fondatore di Amazon ha individuato i motori del razzo che ha portato Neil Armstrong sulla Luna.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - 29-03-2012]

bezos recupera motori apollo 11

Jeff Bezos non è soltanto l'uomo che ha creato Amazon: è anche un appassionato di voli spaziali, e ultimamente ha speso parte della propria considerevole fortuna nel tentativo di localizzare un cimelio dell'esplorazione spaziale.

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Romanzo di una strage

Intervista a Franco G. Freda 
su ‘Libero’ del 28 marzo 2012
di Francesco Borgonovo
Piazza Fontana
 

Franco Freda è uno dei personaggi chiave del film di Marco Tullio Giordana, “Romanzo di una strage”, in cui è interpretato da Giorgio Marchesi. Gli abbiamo chiesto, tramite scambio di e-mail, di esprimere il suo pensiero sul film e su alcune dichiarazioni del regista.

Andrà a vedere il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage?

Non vado al cinema. I romanzi preferisco viverli. Ho incontrato negli anni personaggi straordinari, nel bene e nel male, ho conosciuto il gioco del destino, che, anche spietato, ha sempre una sua grazia e grandezza e certo non è mai un moralista, sono inciampato in situazioni rocambolesche, da venturiero: quello è il mio romanzo. Ma ho l’impressione che nel film di Giordana non ce ne sia traccia.

Ha letto sui giornali qualche articolo riguardo al film? E’ curioso di vedere come l’hanno rappresentata?

Nessuna curiosità. Mi sottraggo così all’insolenza, con l’indifferenza. Però ho notato i toni sguaiati da Wanne Marchi che sono stati usati per la propaganda del film. Se si volesse parlarne con onestà, occorrerebbe dire che Piazza Fontana è un mistero. Invece Giordana e i suoi hanno fatto di tutto pur di addomesticare il mistero, ridurlo, adattarlo. Non allo schermo, ma alle loro dimensioni. Occorrevano un Sofocle, un Euripide e davvero allora il mistero avrebbe trovato le sue parole.

Che cosa pensa dell’idea di raccontare quei fatti in un film?

Che prima occorrerebbero i fatti. E’ dai foschi anni ‘70 che abbiamo solo interpretazioni. Oh, tutte quante interessantissime: perché rivelano il temperamento e il valore di chi le ha concepite.

Il regista (o collaboratori del regista) ha mai cercato di contattarla per farle domande o ottenere documentazione?

Mi hanno contattato, ma non per farmi domande. Hanno cercato di convincermi dei vantaggi commerciali che avrei avuto se li avessi autorizzati a esporre, in una scena del film, il volume del Mein Kampf da me curato due anni fa per le Edizioni di Ar. Vede: è la stessa questione delle interpretazioni. Loro sono dei posseduti dall’ideologia (o dalla fame?) del denaro, mentre io, nel ’69, nel mio scritto “La disintegrazione del sistema”, miravo a un comunismo platonico che abbattesse la proprietà privata. Per questa rivoluzione castrense, francescana, avevo pensato addirittura di arruolare anche i compagni.

Nel film il suo personaggio è piuttosto sulfureo e su di esso si allunga più di un’ombra. In particolare, in un scena si racconta che (riprendo dal comunicato di Giordana) “poco prima della strage, Freda aveva acquistato 50 timer uguali a quello utilizzato alla Banca dell’Agricoltura”. Di fronte a questa affermazione degli inquirenti, il suo personaggio risponde che servivano per un’altra causa. Corrisponde al vero?

Corrisponde alle mie dichiarazioni processuali. Ricordo con nostalgia il capitano Hamid, il destinatario dei cinquanta timer: gli ho intitolato una collezione delle Edizioni di Ar.

Alla fine del film, e nelle note del regista, si legge: “Freda e Ventura,prima condannati e poi assolti per insufficienza di prove, sono stati infine riconosciuti colpevoli dalla Suprema Corte di Cassazione, ma non più ‘giudicabili’”. E’ così?

Il guitto Giordana può ripetere ciò che vuole. Non è così: semplicemente, così pare a loro. Ma queste sono vendette ideologiche che non possono proprio essere prese in considerazione, altrimenti è la fine dell’etica giuridica e del suo principio cardinale: che nessuno può essere giudicato due volte per lo stesso reato. La mia responsabilità penale per Piazza Fontana è stata esclusa: c’è una sentenza di assoluzione della cassazione. E adesso si oppone una seconda sentenza della cassazione? Ma che dignità può avere? La cassazione avrebbe cassato sé stessa? Che rispetto di sé!

Giordana si ispira dichiaratamente alla celebre frase di Pasolini “Io so. Ma non ho le prove”. Precisando poi: “Oggi, passati più di quarant’anni, queste prove sono finalmente accessibili, a disposizione di chiunque voglia davvero sapere”. Che ne pensa?

Penso che i miei avversari ideologici d’antan, dopo lungo ruminare, abbiano fatto pressoché tutti fini pessime, da sfigati. Quella di Pasolini è nota. Oggi è nota pure quella del giudice D’Ambrosio, che dopo essersi dato alla politichina si è messo a gnaulare a mezzo stampa perché Giordana e i suoi non l’hanno – e qui ci sarebbe da usare un verbo un po’ triviale, ma non lo facciamo – badato, nell’allestimento del film. E io che lo consideravo un avversario di rango! Hanno ragione i giapponesi che danno solo le medaglie post mortem. Insieme ad Alessandrini, D’Ambrosio aveva scommesso con me e Ventura che se fossimo stati assolti ci avrebbe offerto una cena. Ma mi è scaduto, quindi non gli ho ricordato il suo obbligo. O dovere – se si trattasse di uomo d’onore? Casso dalla memoria anche quello.

Il film sostiene un’ipotesi suggestiva. Che in piazza Fontana furono piazzate due bombe da “ambienti” e “poteri” diversi. Forse anarchici da una parte e “neonazisti” manovrati da chissà chi dall’altra. Le sembra credibile?

12-12-‘69: Odissea nello spazio?.…

Lei ha mai avuto a che fare con il commissario Calabresi?

No.

Che cosa pensa dell’assassinio di Calabresi e di ciò che scrissero i giornali di sinistra prima che avvenisse?

Penso che molti intellettuali di sinistra, allora come oggi, scrivessero intingendo la penna nell’inchiostro del risentimento. Non si facevano problemi a sacrificare un uomo alla propria furia. Erano bestie sanguinarie, agili, abilissime: al punto da sembrare filantropi.

Scrive Giordana a proposito dell’omicidio di Calabresi: “L’azione non sarà mai rivendicata. Vendetta del proletariato? Ritorsione neo-nazista? Operazione sotto copertura dei servizi segreti?” Lei che ne pensa?

Che mi fa venire il mal di testa.

Esistevano “legami tra estremisti veneti e oscure forze organizzate per contrastare, in caso di guerra, un’eventuale occupazione sovietica”? Se ne parla sempre nel comunicato di presentazione del film, dove si racconta che Calabresi, continuando a indagare, era “incappato nella rete Stay Behind”.

Ma io vivo ad Avellino, nella piazza intitolata alla rivoluzione dei carbonari, alla primavera dei popoli: cosa vuole che sappia di queste cose? Mi interesso della carboneria irpina del XIX sec, non della massoneria italiana del XX. Al massimo dell’operazione Alzo Zero, o Karstquelle...

Esisteva un “rapporto tra eversione e Stato”? O fra “eversione” (immagino che questa parola si riferisca anche a lei) e servizi segreti, Nato eccetera?

Le Badolliotruppen?... Per carità! Nel ’68-’69 io volevo fare la rivoluzione, non un golpe militaresco. Volevo il caos, il nichilismo, non il potere sugli italioti. Neanche se si mettessero in ginocchio vorrei governarli. Ricordiamoci di cosa diceva il Duce: “Governare gli italiani non è impossibile: è inutile.”

Chi ha messo la bomba a piazza Fontana?

Dopo quarant’anni un’Amministrazione di settanta milioni di abitanti, con polizia, magistrati, minustrati, pennaioli, cinematografari, guitti delle lettere e della politica, pone a me questa domanda?

In ogni caso, qual è la sua versione dei fatti?

La mia avversione ai fatti così come vengono rappresentati è contenuta in un libello delle Edizioni di Ar che abbiamo stampato nel 2005. Si intitola “Piazza Fontana: una vendetta ideologica”, ed è un suggerimento a interpretare la vicenda in ottica nietzscheana e disincantata.

Perché a suo parere non si è ancora fatta chiarezza sui fatti di cui sopra?

Ho l’impressione che ci sia in giro uno straordinario difetto di intelligenza e di buon gusto. A Paolo Cucchiarelli, che pretendeva di sapere cosa ne pensassi del suo libro, la matrice del film, ho mandato a dire una cosa del genere: che l’umano non è quasi mai geometrico e sistematico e occorrono dita sottilissime, attente, e soprattutto dotate di una certa grazia benevola per districare i suoi fili. La verità è forse il premio di chi sappia essere più umano, in questo senso, e meno mondano. Certo dev’essere cosa lievissima, la verità, preziosissima, che non si darà mai all’iroso, al fazioso, all’ambizioso, all’inquisitore ‘lurco’ che le muova incontro agitando i pugni.

mercoledì 28 marzo 2012

Vivere davvero

Vivere_davvero

Giovedi 29 marzo alle ore 21 al teatro Camploy di Verona (Via Cantarane, 32) si svolgerà la serata in memoria di NICOLA PASETTO nel 15° anniversario della sua scomparsa.

Concerto della COMPAGNIA DELL’ANELLO e recitativi di Pierluigi Arcidiacono.

Tutti a Verona!

Alla fine del concerto sarà proiettato il video di “Vivere Davvero” con il testo della canzone per poterla cantare in coro.

Organizzazione Ass. Culturale Lorien

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