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martedì 8 febbraio 2011

Forum nucleare, il bilancio di fine campagna

Forum nucleare, il bilancio di fine campagna
di Lorenzo Gennari
lunedì 7 febbraio 2011
Terminata la campagna di comunicazione del Forum Nucleare Italiano, lo staff ha pubblicato sul web un quadro dei risultati dal punto di vista del dibattito pubblico. Online anche alcuni spot, in risposta a quello ufficiale del Forum
Circa 373 mila visite con picchi di 30 mila presenze al giorno e oltre un milione e 143 mila pagine viste, più di 17mila commenti pubblicati sul blog e quasi 132 mila visualizzazioni dello spot su YouTube. Sono questi i risultati della campagna di comunicazione del Forum Nucleare italiano: al centro dell'attenzione degli internauti, la questione energetica.
«Lo spot andato in onda, come era facile immaginare, ha scatenato moltissime reazioni sia contrarie sia di apprezzamento provenienti dal mondo delle associazioni ambientaliste, dalla politica e da privati cittadini che sono comunque rimasti colpiti dal tipo di messaggio inviato». È quanto afferma il Chicco Testa, presidente dell'associazione che riunisce 25 tra aziende, università e sindacati e che ricorda come negli ultimi 25 anni, e cioè dopo il referendum del 1987, il dibattito pubblico è stato dominato dai contrari all'energia nucleare con una visione aprioristica basata su posizioni ideologiche.
Le principali associazioni ambientaliste hanno criticato l'immagine di neutralità che il forum voleva dare di se stesso. Greenpeace, ad esempio, ha rilanciato presentando una nuova campagna di comunicazione che con ironia punta ad informare i cittadini sui pericoli e sulle implicazioni ambientali, sociali ed economiche che il ritorno al nucleare potrebbe avere sul nostro Paese.
Da parte sua, lo staff del forum ha risposto pubblicando interamente tutti i video in aperto contrasto con la campagna. Oltre a Greenpeace, hanno proposto le loro argomentazioni, nella forma di nuovi spot, ma anche di parodie dell'originale, sia associazioni ambientaliste come Legambiente, sia semplici autori contrari al ritorno al nucleare, come ad esempio,Giulietto Chiesa (Presidente del movimento "Alternativa").
Secondo Testa, il forum «non è, e non vuole essere, un'organizzazione al di sopra delle parti. Non si finge neutrale. Al contrario, esprime in modo chiaro nel suo Statuto la convinzione che quella nucleare sia una scelta necessaria per il Paese. Ma ritiene che questa scelta debba essere accompagnata da una discussione feconda e da un'informazione a tutto campo».
Nel frattempo, tra le file dei contrari, è nato il Comitato "Vota sì per fermare il nucleare" che vuole respingere per la seconda volta in Italia la scelta del nucleare, incentivando, invece, lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Il Comitato è aperto a tutte le organizzazioni, associazioni ed ai cittadini che intendono opporsi al ritorno all'energia dell’atomo e già conta 27 associazioni firmatarie.

lunedì 7 febbraio 2011

Il perche’ di una copertina

disintegrazione - Copia1[1]


Scrivo questi appunti esplicativi, sollecitato da Francesco Ingravalle, curatore della recente edizione de La disintegrazione del sistema, sulla cui copertina compare la mia composizione denominata “Omaggio a Scrjabin”.
Scrjabin dis-integra la composizione musicale ereditata dalla tradizione russa di fine ‘800. In lui agiscono pure le suggestioni, suscitate anche dalle relative formulazioni filosofico-estetiche e teorico-musicali, dell’ultima grande musica germanica (di Wagner, Brahms, Liszt).
La dis-integrazioni viene perseguita dal Russo con coerenza tenace e totale. Armonia, tonalità, contrappunto, forme classiche come sonata e preludio, vengono frantumate in vista di un ‘fine’ lucidamente presentito dall’Autore: la ricomposizione e reintegrazione di tali elementi entro un’opera musicale destinata, più che a risultare espressione meramente psicologica e sentimentale, a scandire fasi liturgiche, a disegnare un rito ‘pontificale’ verso il trascendente – una platonica configurazione, insomma, “entro forme dell’ordine divino, del Tutto”. Seguendo un itinerario in parte presente nello stesso Wagner (con differente intensità e, forse, in Wagner con minore profondità), nel compiere questo tentativo davvero ‘prometeico’ Scrjabin integra nella propria musica anche le altre arti: poesia, pittura, architettura (non ultime le arti dei colori e dei profumi). Egli tende a cogliere attraverso di essa l’originario in una effettiva rinascita, senza lasciarsi sedurre, come molti suoi contemporanei, da proposizioni di una estetica decadente che debbono, necessariamente, sfociare nell’informe e nel Caos. Non si dimentichi, infatti, che Scrjabin, oltre che cultore di esoterismo e di teosofia, fu attentissimo lettor di Schopenhauer e di Nietzsche, in particolare dell’ultimo Nietzsche.
Agli apostoli della modernità, ossia della momentaneità, oltre che ai cultori del romanticismo musicale, la disintegrazione musicale di Scrjabin (si ascolti, a esempio, la sua Sonata per pianoforte n. 9) può apparire esito pauroso, terribile regressione nel Caos – e bizzarro innesto di nuove suggestioni, quali la luce colorata e i profumi. In realtà, essa è coraggioso (eroico, forse) inizio, ascensione e re-integrazione nel grande Ordine: si ascoltino, per percepirne la volontà, la Sonata per pianoforte n. 10, o il Poema divino (Terza sinfonia), oppure il Prometeo.
Al termine di queste succinte notazioni, appare quindi chiara la mia intenzione di costituire, mediante le linee e i colori di ‘Omaggio a Scrjabin’ che campeggiano sulla copertina de La disintegrazione del sistema, una coerente introduzione illustrativa a quest’opera di Freda del 1969. (1)
Curzio Vivarelli
(1)Non sarà inutile ricordare come, in Italia, grande ammiratore di Scrjabin fu Gabriele D’Annunzio, il quale nel Notturno dedica magnifiche righe al compositore russo; e come lo stesso Julius Evola, in Cavalcare la tigre, riproponga l’opera di Scrjabin al lettore “non spezzato”.

domenica 6 febbraio 2011

Chrome 9 segna il debutto ufficiale di WebGL

L'ultima versione stabile integra Google Instant, supporta WebGL e incorpora il Chrome Web Store.
[ZEUS News - www.zeusnews.com - 04-02-2011]
Chrome 9 WebGL Web Store Instant
Chrome 9 è la nuova versione stabile del browser di Google: con questa promozione il supporto a WebGL è ufficialmente disponibile al grande pubblico.
Chrome integra WebGL sin dalla versione 7 ma l'opzione non era attiva di default: con questa versione viene invece fatto il grande passo che permette di mostrare le possibilità offerte dalla grafica 3D accelerata via hardware.
A questo scopo esiste il sito WebGL Experiments in cui è possibile toccare con mano le possibilità offerte da questa tecnologia (Body Browser ne è un esempio); oltre che con Chrome 9 il sito può essere gustato con gli altri browser compatibili con WebGL, ovvero Firefox 4 (ancora in beta) e Safari.
Oltre a WebGL Chrome 9 segna il debutto di Google Instant nella barra del browser: i risultati proposti dal motore di ricerca si aggiornano automaticamente in tempo reale.
Debutta inoltre ufficialmente il Chrome Web Store, un servizio che potrà raggiungere il pieno potenziale solo con il debutto di Chrome OS e che propone tutta una serie di WebApps, applicazioni da sfruttare direttamente dal browser per una molteplicità di scopi, dal gioco al lavoro alla didattica.
Chrome 9, infine, corregge nove bug di sicurezza, di cui uno definitocritico e riguardante la gestione dell'audio.

Aggiornamenti Eurasia

eurasia

Di seguito gli aggiornamenti al sito di "Eurasia" di questa settimana (22 Gennaio-4 Febbraio 2011):
TEORIA GEOPOLITICA
Geopolitica della Romania
Aleksandr Dugin

L’identità romena presenta una simbiosi tra vettori di civiltà orientali e occidentali, senza che gli uni prevalgano sugli altri. In ciò consiste l’unicità della Romania come società e come territorio e dei Romeni come popolo.



VENERDÌ, 4 FEBBRAIO

L'editoriale di Eurasia: Gli USA, la Turchia e la crisi del sistema occidentale
Tiberio Graziani

Archiviato dalla storia il momento unipolare, il sistema occidentale a guida statunitense sembra essere entrato in una crisi irreversibile. Il crollo economico-finanziario e la perdita di un sicuro pilastro dell’edificio geopolitico occidentale come la Turchia ratificano la fine della spinta propulsiva statunitense. Gli USA si trovano oggi sul crinale di una decisione epocale: accantonare il progetto di supremazia mondiale, e quindi condividere con gli altri attori globali le scelte di politica ed economia internazionali, oppure insistere nel disegno egemonico e rischiare la stessa sopravvivenza come nazione.
L’Egitto in rivolta: l’Occidente e gli scenari nel mondo arabo

Diego Del Priore
La scintilla tunisina, da cui è scaturito l’incendio che ha costretto il presidente Ben Ali a lasciare il potere e fuggire in Arabia Saudita dopo più di vent’anni di regime, ha varcato i confini, palesando con forza quell’ “effetto domino”, considerato tra le conseguenze più probabili della ribellione popolare iniziata il 17 dicembre.
MARTEDÌ, 2 FEBBRAIO

L'inaugurazione del Parlamento afghano. L'isolamento di Karzai e i risvolti geopolitici

Francesco Brunello Zanitti
Le vicissitudini vissute in ordine all'apertura del nuovo Parlamento sono il sintomo di una situazione sempre più scottante in Afghanistan. Quali le ripercussioni della politica di Karzai? La stabilità interna e la solidità delle relazioni con gli alleati e i paesi vicini sono messe a dura prova.

LUNEDÌ, 1° FEBBRAIO
BP e il gioco di potere Rosneft-Gazprom

Giuliano Luongo

Il recente share swap tra la compagnia petrolifera russa Rosneft e la britannica British Petroleum non va inquadrato esclusivamente come un mero accordo economico, in quanto trattasi di un evento dai risvolti politici potenzialmente imprevedibili.

DOMENICA, 31 GENNAIO< /span>
La corsa alle elezioni presidenziali del 2012 negli Usa

Eleonora Peruccacci
Mancano ancora diversi mesi al momento in cui gli elettori statunitensi saranno chiamati a esprimere la propria preferenza verso il futuro nuovo presidente della nazione, ma sia democratici che repubblicani preannunciano l’inizio un’intensa campagna elettorale.

...E tanti altri articoli sono disponibili sul sito.
Le ricordiamo che è attualmente disponibile in libreria l'ultimo numero di "Eurasia" (3/2010) dedicato agli USA: Egemonia e declino
Buona lettura!
la Redazione
Per consultare gli archivi della Lista di diffusione Eurasia {cliccare}
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sabato 5 febbraio 2011

Aggiornamenti di Cantiribelli

Newsletter Settimanale di Cantiribelli

Link to Cantiribelli - Il portale della Musica Alternativa di Destra » Newsletter settimanale

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Ecco la newsletter settimanale di www.cantiribelli.com, il portale della Musica Alternativa Italiana. Di seguito sono riportate le notizie più importanti degli ultimi 7 giorni:
1) Aggiornamenti da Lorien e Hobbit
http://www.cantiribelli.com/aggiornamenti-da-lorien-e-hobbit
2) “Chiedi a Monique” di Marco Zanni recensito su Area
http://www.cantiribelli.com/chiedi-a-monique-recensito-su-area-novembre-2010
3) 19 Febbraio – Concerto a Tivoli
http://www.cantiribelli.com/19-febbraio-concerto-a-tivoli
4) AAA Cercasi info sul gruppo Terre di Mezzo
http://www.cantiribelli.com/aaa-cercasi-info-sul-gruppo-terre-di-mezzo
5) Prossimi concerti:
05 Febbraio – Compagnia dell’Anello a Bolzano
18 Febbraio – Skoll a Casal Bertone (Roma)
19 Febbraio – Skoll e La Vecchia Sezione a Tivoli
26 Febbraio – Zetazeroalfa a Perugia
26 Febbraio – Incontro nazionale Hobbit Klan a Verona
26 Febbraio – No Prisoner, The Kriminals, Hellzapoppin a Verona
26 Febbraio – Killer Sopresa, Blind Justice e altri a Salerno
05 Marzo – Compagnia dell’Anello a Milano
http://www.cantiribelli.com/category/concerti
6) Scarica gratuitamente il nostro Ebook sul 2010. All’interno info su Skoll, Zetazeroalfa, Hobbit, Ultima Frontiera, Aurora e molti altri ancora…
http://www.cantiribelli.com/dal-14-gennaio-scarica-il-nostro-ebook
7) MP3 GRATUITI di F. Constantinescu, Decima Balder, Ich Liebe Dich, Terza Via, Indole, Compagnia dell’Anello e Skoll
http://www.cantiribelli.com/index.php/category/mp3
Grazie per l’attenzione,
http://www.cantiribelli.com

venerdì 4 febbraio 2011

Presentazione del libro Acca Larentia

L’esercito egiziano, Mubarak, gli Stati Uniti e il grano

di Miguel Martinez - 01/02/2011
Fonte: kelebek [scheda fonte]


Mubarak-Obama-mega1
Curioso leggere in giro, questi giorni.

Una parte che dice, “Mubarak, lo sgherro degli americani“.
Una parte che dice, “complotto americano per rovesciare Mubarak“.
Il bello è che in qualche modo, possono essere vere entrambe le tesi.
Prima di tutto, la rivolta non è artificiale.
E’ ovvio che ciò che sta succedendo riflette un sentimento di quasi tutta la nazione, senza differenze di idee o di ceti sociali. Semplicemente, la grande maggioranza del popolo odia Hosni Mubarak, e a ragion veduta.
La domanda non è, quindi, se gli americani (semplifichiamo, intendiamo ovviamente coloro che negli Stati Uniti prendono le decisioni) abbiano creato una rivolta in un paese felice; ma se abbiano fatto qualcosa per dare fuoco alle già abbondanti polveri.
Come evidenza della rivolta indotta, si portano tre fattori, che non sono trascurabili: i media non demonizzano queste rivolte; Wikileaks dimostra che in anni passati, gli Stati Uniti hanno avuto contatti con qualcosa che loro chiamano “l’opposizione civile” e le hanno pure dato soldi; e c’è l’ingiunzione di Obama a “non sparare” e a “fare riforme”.
Però tutti e tre i fatti potrebbero avere anche una spiegazione più semplice: quando c’è un leone impazzito in giro, non gli dai addosso, ma dici, “ciao ciao, sono amico tuo!“, per rimetterlo in gabbia.
Insomma, nessuno vuole essere odiato da 80 milioni di egiziani, solo per lealtà verso un ottantaduenne che sta per andarsene comunque.
Ed è normale che gli americani cerchino alternative.
In parte, lo fanno attraverso ciò che loro chiamano la “società civile“, l’eterna chimera dei democratici americani a partire dai tempi del Vietnam: mi permetto di pubblicizzare, credo non per la prima volta, il vecchio capolavoro di Frances Fitzgerald, Fire in the Lake, di cui esiste anche una versione italiana (Il lago in fiamme. Storia della guerra in Vietnam 1974) – la studiosa americana ha dimostrato l’incredibile e fallimentare violenza con cui gli americani hanno cercato di distruggere la cultura contadina vietnamita per inventare una “società civile” basata sul “libero mercato”.
La ricetta è sempre quella: si pagano cifre spropositate a qualche think tank per scatenare un gruppo di giovani sociologi a caccia di gente che sembri condividere i Valori Americani – dei Giuliano Ferrara, per capirci.
Il gruppo target è sempre felice di aderire, visto che ci sono in ballo somme che loro non hanno mai visto; e i soldi in genere fanno la fine che si può ben immaginare, ma non è un grosso problema – il funzionario incaricato di spenderli deve solo dimostrare che lui ha fatto qualcosa, appunto spendendoli. E anzi, più spende, più è probabile che possa chiedere soldi da spendere la prossima volta.
Forse vedremo qualcuno di questi giovanotti sbarbati e Civili nel prossimo giorno egiziano; ma la vera questione è l’esercito egiziano.
Prendiamo la questione alla larga.
Gianluca Freda è un blogger colto e intelligente, di cui capisco le buone intenzioni, ma con cui spesso sono in disaccordo. Ieri ha pubblicato la traduzione di un articolo di Webster Tarpley, corredato da commenti propri, in cui sostiene che gli americani non gradirebbero le vecchie dinastie mediorientali (in Egitto, Libia, Tunisia, Siria); le vorrebbero destabilizzare, per instaurare degli staterelli deboli e manipolaboli contro Iran, Cina e Russia.
“Gli USA sono alla disperata ricerca di una nuova generazione di traballanti demagoghi “democratici”, più disponibili a guidare i propri paesi contro l’Iran di quanto abbia dimostrato di voler fare l’immobilismo dei regimi attuali. C’è poi la questione dell’espansione dell’economia cinese. Possiamo star certi che tutti i nuovi leader instaurati dagli USA includeranno nei propri programmi la rottura delle relazioni economiche con la Cina, a partire dalla riduzione delle esportazioni di petrolio e materie prime.”
Non sono d’accordo, per due motivi.
Il primo è questo:
“Nel luglio del 2010, furono pubblicati i risultati di un grande sondaggio internazionale riguardante l’opinione pubblica nel mondo arabo, con sondaggi in Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Giordania, Libano e gli Emirati. Ecco alcuni dei risultati più notevoli: mentre Obama era stato accolto positivamente al suo ingresso in carica, con il 51% che esprimeva il proprio ottimismo riguardo alla politica statunitense nella regione, nella primavera del 2009, nell’estate del 2010, solo il 16% esprimeva ottimismo. Nel 2009, il 29% di quelli intervistati affermarono che un Iran dotato di armi nucleari sarebbe stato positivo per la regione; nel 2010, la cifra era salita al 57%, dimostrando un punto di vista molto diverso da quello dei propri governi”.
Mentre l’America, Israele e i leader delle nazioni arabe affermano che l’Iran è la più grande minaccia alla pace e alla stabilità in Medio Oriente, il popolo arabo non è d’accordo. In una domanda aperta su quali due paesi costituissero la minaccia più grave alla regione, l’88% ha risposto Israele, il 77% l’America e il 10% l’Iran.
Insomma, più un governo arabo sarà “democratico”, più sarà antisraeliano, antiamericano e filoiraniano.
E poi, non mi sembra che quello di Mubarak sia esattamente uno “Stato”.
Non somiglia, in questo, né all’Iran né alla Turchia.
Una ventina di anni fa, però, c’erano ancora tracce del tentativo che aveva fatto Nasser di costruire uno Stato. Ad esempio, la scolarizzazione di massa, che non arrivava dappertutto, ma coinvolgeva comunque innumerevoli milioni di giovani. Oppure la concessione automatica di un posto di lavoro statale a chiunque superasse il grande esame scolastico nazionale. Oppure, il prezzo calmierato del pane e gli speciali mercati sussidiati.
Non sono un esperto, ma mi risulta che il regime abbia poi smantellato buona parte di questo sistema, dietro precise istruzioni del Fondo Monetario Internazionale.
L’agricoltura, che ben organizzata avrebbe dato da vivere al paese, si è sempre più concentrata sul cotone e sullo zucchero, e non su ciò che sfama le pance dei contadini. Il turismo è aumentato, ma è sempre concentrato in una decina di località tutte in mano ai soliti monopolisti legati al regime. Che ovviamente spendono più volentieri i loro guadagni a Londra che al Cairo.
Accanto alle forme di redistribuzione della ricchezza, Nasser aveva potenziato l’esercito. Che per tre anni prende i contadini più o meno analfabeti, fornendo loro una minima scolarizzazione. E siccome dà da mangiare – e poco altro – a innumerevoli schiere di giovani maschi affamati, l’esercito ha una qualche utilità nel ridurre il numero dei disoccupati.
Un esercito gestito con un criterio assai particolare – un mio amico, un ufficiale cristiano, aveva talmente tanti soldati semplici al suo personale servizio che ne aveva nominato uno solo per raccogliere le barzellette che giravano per l’accampamento. Lo stesso ufficiale mi raccontò anche che, durante le esercitazioni, erano normali perdite – cioè soldati morti per incidenti – anche del 10%. Ma la Grande Madre Nilo ha molti figli…
… come i soldati di guardia al Consolato greco di Alessandria che mendicavano i soldi per comprarsi un panino…
… come il dignitoso soldatino a Rosetta che ci offrì il tè, pur avendo la divisa così lisa che gli si sarebbero viste le mutande – se le avesse avute…
… come il soldato di guardia all’Università (sì, anche l’università è presidiata dall’esercito) che guadagnava qualcosa vendendo penne agli studenti…
Le gigantesche forze armate egiziane consistono per metà in un esercito e per metà in quelle che vengono definite “Forze centrali di sicurezza” e “Guardie di frontiere” – 400.000 uomini che non pretendono nemmeno di occuparsi della “difesa” del paese.
L’Egitto confina con un paese militarmente imbattibile – Israele – , con un paese con una popolazione molto piccola – la Libia – e con un paese-rottame, il Sudan.
Per quanto riguarda gli ultimi due, potrebbero quindi tranquillamente bastare dei vigili urbani.
Per quanto riguarda la guerra tra un esercito regolare e un altro tecnologicamente molto superiore come quello israeliano – nel 1991, il potentissimo esercito USA ha attaccato il potente esercito iracheno: 148 morti tra gli “alleati”, decine di migliaia tra gli iracheni.
Nel 2003, le perdite furono rispettivamente 139 e altre decine di migliaia.
Dopo il 2003, la resistenza irachena ha inflitto 4.o00 perdite agli statunitensi, spendendo probabilmente meno di quanto spendeva in una settimana il Ministero della Difesa di Saddam Hussein.
Quindi, nel caso di uno scontro con Israele, servirebbe un folto gruppo di portatori di bandiere bianche, strategicamente schierati, con nelle retrovie innumerevoli artigiani in gallabeya capaci di produrre esplosivi adoperando chiodi e fertilizzanti.
In questi giorni, poi, si sente definire l’esercito il “garante dell’unità nazionale“, con una di quelle curiose frasi fatte che i media riecheggiano. Suona bene finché non si pensa che è la stessa frase usata per giustificare decenni di strapotere militare in Turchia – solo che l’Egitto è già un paese del tutto unito.
L’esercito egiziano consuma dunque le scarse ricchezze nazionali per tre motivi: primo, mantenere se stesso; secondo, tenere sotto controllo il paese; terzo, agire su commissione.
E infatti l’esercito egiziano riceve più aiuti dagli Stati Uniti di qualunque altro paese al mondo, tranne Israele.
Innanzitutto, i tecnici americani addestrano l’esercito egiziano a costruire un muro sotterraneo di lastre di ferro per bloccare i tunnel con cui gli abitanti di Gaza cercano di sopravvivere. Nel gennaio del 2008, un certo Steve Israel, deputato democratico di New York, si incontrà personalmente con Hosni Mubarak: subito dopo, gli Stati Uniti assegnarono la somma di 23 milioni di dollari solo per la distruzione delle vie di rifornimento di Gaza.
Gli ufficiali dell’esercito poi fanno parte dell’immensa community - l’inglese lo usano loro, mica noi – degli ufficiali del pianeta. Gente che viaggia continuamente, un giorno sono in Italia per studiare, un altro negli Stati Uniti per ricevere ordini, un altro in Afghanistan o magari in Colombia.
E’ una casta sovranazionale, piena di terzomondiali promossi, che si conosceva già dagli anni Sessanta e Settanta, con la tremenda scuola di Fort Bragg.
Infine, i soldi che il Congresso degli Stati Uniti regala all’esercito egiziano vanno a finire, quasi sempre, in acquisti sul mercato delle armi statunitense. E quindi sia in posti di lavoro garantiti per gli elettori dei congressisti, sia in profitti favolosi per le aziende che finanziano le loro campagne elettorali.
In questo contesto, il denaro non costituisce un problema. Non è una cosa intuitiva né per noi che dobbiamo far contare ogni centesimo; e sembra contraddire ciò che leggiamo, quando sentiamo dire che “i soldi non bastano più” per pagare gli insegnanti a scuola e occorre quindi tagliare.
Riassumiamo il meccanismo, tagliando con l’accetta, ovviamente: fino alla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non avevano un esercito serio, anche perché sarebbe stato guardato come una pericolosa ingerenza statale.
Il contributo principale degli Stati Uniti alla guerra non fu però in sangue, ma – letteralmente – in costosissimi prodotti usa-e-getta. Prodotti pagati dallo Stato, ma non con tasse, bensì con buoni del tesoro; mentre l’Inghilterra si svenava oppure regalava le proprie basi in giro per il mondo per mantenere le industrie statunitensi. Il sistema fu gestito da una commissione che metteva insieme imprenditori, finanzieri, militari e uomini del governo.
Essendosi raddoppiata più o meno l’economia, gli Stati Uniti decisero di non smobilitare più. Il resto è la storia del complesso militare industriale costituito da alcuni elementi fissi.
Un finanziamento attraverso buoni del tesoro e affini, all’inizio spacciati con minacce varie a paesi succubi, oggi in massima parte, credo, detenuti dalla Cina.
Più si spende, più guadagnano le imprese statunitensi che partecipano al complesso militare industriale.
E quindi, più deputati e senatori si battono per aumentare le spese militari: non è un caso, né che le aziende militari abbiano localizzato le proprie fabbriche in modo tale da condizionare sistematicamente le elezioni, né che tanti politici vengano premiati con lauti stipendi in aziende private.
L’importante è che non aumentino le tasse: tanto, pagheranno le generazioni future – secondo il Congressional Budget Office, ogni bambino americano nato nel 2010 si porterà dietro un debito pubblico di 29.178 dollari, che all’età di trent’anni diventerà 166,500 dollari.
Noi abbiamo più volte sottolineato questo meccanismo, che ci sembra fondamentale e che viene trascurato spesso per altri meccanismi, ad esempio il petrolio o la lobby israeliana.
In realtà non c’è contraddizione. Le lobby si rafforzano a vicenda; e tutti questi meccanismi concorrono alla creazione del grande sistema guerrafondaio-paranoico. Vendere aerei inutili all’esercito egiziano comunque serve a tenersi amico un esercito che collabora con Israele e che si trova vicino ai pozzi petroliferi. Wikileaks ci offre un interessante scambio tra esecito statunitense ed esercito egiziano: il Pentagono accusa l’esercito egiziano di non voler “modernizzare“, che per loro significa “rifocalizzare per contrastare minacce asimmetriche come il terrorismo, il contrabbando di armi a Gaza e la pirateria, e sostenere la politica USA verso l’Iran”. Una definizione decisamente originale di “modernizzazione”.
I militari comunque volevano i loro giocattoloni – aerei e carri armati – e quindi il Pentagono non ha insistito, a dimostrazione di come l’utilità dell’esercito egiziano non sia affatto solo militare.
Adesso, gli Stati Uniti hanno detto a Mubarak di non sparare sulla folla.
Hosni Mubarak probabilmente farebbe sparare ugualmente,e dal suo punto di vista farebbe bene: non sparare significa arrendersi.
Ma si trova di fronte al dilemma della guardia pretoriana (ma lo aveva già spiegato Platone nella Repubblica).
Il Capo ruba al popolo. Per difendersi dal popolo, deve costruirsi una guardia. Che mangia a spese del popolo. E quindi bisogna rubare ancora di più al popolo.
Quando il popolo si ribella, la guardia depone il Capo, al grido di Viva il Popolo.
E continua a rubare al popolo.
Che mi sembra l’esito più probabile della rivolta egiziana, almeno al momento.
Ma qui sorge un dilemma anche per la guardia pretoriana: come fare le “riforme” ordinate da Obama, senza toccare le cause della catastrofe egiziana, cioè le Dure Leggi del Mercato Globale, gli Impegni Internazionali e la Guardia Pretoriana stessa?
Perché in Egitto, il problema è il pane: ‘aish, che vuol dire anche vita.
Sono un pessimo profeta, ma offro un’ipotesi: la cancellazione di un po’ di debiti che l’Egitto comunque non pagherebbe; un nuovo prestito con cui l’Egitto potrà comprare un bel po’ di grano dall’agribusiness statunitense.
Ricordiamo come un’unica società, la Cargill and Continental Grain – due aziende fuse in una con il permesso del democratico Presidente Clinton – controlla oltre il 50% delle esportazioni agricole dagli Stati Uniti. Ovviamente dopo aver distrutto gli agricoltori indipendenti americani.
Qui ad esempio, potete leggere un’esaltante descrizione del governo statunitense del muscolo egiziano nel mercato alimentare. La geniale capacità di inventare slogan: per muscolo intendono la voracità con cui l’Egitto, un tempo quasi autosufficiente, è costretta a comprare cibo da un altro continente. Come l’Iraq, che una volta addirittura esportava il cibo.
Il documento del governo americano spiega tutto della falsa coscienza con cui si nasconde la realtà dell’imperialismo, con un titolo nell’articolo: “”Egyptians Like U.S. Food”.
P.S. A proposito, leggete il drammatico post di Bousoufi su ciò che sta succedendo in Tunisia.

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